sperimentazione e vivisezione

Il delirio dei vivisettori

La vivisezione è un metodo di ricerca la cui validità scientifica non è mai stata dimostrata e mai potrà esserlo, poiché nessuna specie può essere modello sperimentale per nessun’altra.
31 marzo 2005 - Stefano Cagno

I sistemi biologici complessi, come sono gli animali, non sono confrontabili, poiché le variabili sono moltissime e quindi non controllabili attraverso alcun’analisi matematica o statistica. La vivisezione però continua e ciò succede persino nelle ricerche riguardanti la psiche umana, nonostante sia facilmente intuibile da tutti, anche dai non addetti ai lavori, che non condividiamo con gli animali lo stresso strumento di comunicazione, ossia il linguaggio verbale.
Proporrò di seguito tre citazioni significative per capire in cosa consistano alcuni esperimenti riguardanti la psicologia umana, quali siano i difetti e i limiti scientifici e quali le motivazioni che spingono alcuni pseudo-scienziati a continuare lungo questa strada sbagliata.

“Il primo di questi mostri era una scimmia di tessuto che, a comando o secondo un programma, emetteva aria compressa ad alta pressione in grado di staccare la pelle dal corpo dell’animale. Cosa fece il cucciolo? Si aggrappò sempre più stretto alla madre, come un bambino spaventato che si attacca a tutti i costi alla madre. Non è stata riscontrata alcuna forma di psicopatologia. Ma non ci siamo arresi. Costruimmo una nuova madre surrogata mostruosa che avrebbe ruotato su se stessa così violentemente da fare tremare i denti e il capo del cucciolo. Il cucciolo si aggrappava lo stesso a lei quanto più forte poteva. Il terzo mostro che creammo aveva al suo interno una struttura di fili di ferro che al momento decisivo fuoriusciva e respingeva il cucciolo staccandolo dal ventre. Il cucciolo aspettava a terra che il filo metallico rientrasse nel corpo del mostro per poi riabbracciare la madre surrogata. Per ultima costruimmo una “madre porcospino”, in grado di far fuoriuscire dalla sua superficie ventrale una serie di aculei metallici. I cuccioli ne erano terrorizzati ma aspettavano semplicemente che gli aculei rientrassero per abbracciare di nuovo le madri” (P. Singer, Liberazione Animale, Mondatori, 1991).

Qualcuno potrebbe pensare che questa descrizione sia frutto di un regista di film dell’orrore. Sono invece le parole di Henry Harlow, uno dei ricercatori più stimati nel campo della psicologia, tanto che i libri di testo universitari sono pieni di descrizioni dei suoi lavori.
Harlow ha studiato in particolare gli effetti della deprivazione materna e dell’isolamento, soprattutto nei cuccioli di scimmia. Nel primo caso ai neonati era tolta la madre ed erano lasciati soli o in compagnia di “mostri” come quelli sopra descritti. Nel secondo caso le piccoli scimmie erano messe in isolamento sociale e sensoriale, ossia chiuse in stanze buie e insonorizzate, quando non le venivano persino cucite le palpebre.
Di tanto orrore l’aspetto che lascia più esterrefatti è la constatazione che tali sadiche e criminali nefandezze vengano ancora fatte studiare nelle università.
Eppure voci anche prestigiose si sono levate contro l’impiego degli animali nella ricerca psicologica e psichiatrica. Tra le tante, possiamo ricordare Nancy Andreasen, una psichiatra americana, considerata uno dei massimi esperti al mondo sulla schizofrenia.

“Un aspetto fondamentale del problema - dice Nancy Andreasen - è rappresentato dalla mancanza di modelli animali. Molti sintomi della schizofrenia rappresentano alterazioni delle funzioni cognitive e comportamentali che si verificano solamente negli esseri umani, almeno ad un livello elevato di sviluppo. Poiché solo gli esseri umani sono dotati di linguaggio, non è possibile avere modelli animali per il disturbo del pensiero formale. Analogamente, anche per le allucinazioni uditive, che di solito comportano un contenuto verbale, non esistono modelli. L’ipervigilanza indotta dalle anfetamine costituisce un modello poco valido per lo studio delle complesse aberrazioni del pensiero deduttivo che caratterizzano il pensiero delirante dei pazienti schizofrenici. Anche i modelli animali utilizzati dalle case farmaceutiche per testare l’efficacia terapeutica degli antipsicotici (ad esempio, catalessia, stereotipia, comportamento rotatorio) non sono validi” (Andreasen N. C. e altri. I meccanismi neurali dei fenomeni mentali. In “Schizofrenia. Dalla mente alle molecole.” Andreasen N.C. Centro Scientifico Editore, 1998).

Nonostante ciò la vivisezione continua, fino ad arrivare al grottesco. Un esempio per tutti. Nei manuali diagnostici si legge che, per porre diagnosi di schizofrenia, bisogna escludere che la sintomatologia sia provocata dall’assunzione di sostanze psicoattive o da malattie fisiche o traumi cranici. Allo stesso tempo, però, i vivisettori ottengono animali, secondo loro utili per capire la schizofrenia, proprio somministrandogli sostanze psicoattive (anfetamine o allucinogeni), oppure distruggendogli parte del cervello. Quindi creano una situazione che, se si verificasse in un essere umano, sarebbe condizione proprio per escludere quella malattia che i vivisettori, invece, si illudono di studiare.
Allora perché prosegue questa follia? Credo che meglio delle spiegazioni personali, per capire le motivazioni di quanti continuano a compiere tanti inutili ed esecrabili esperimenti, valgano le parole di un vivisettore che, dopo anni di esperimenti sugli animali, ebbe il coraggio di rinnegare quanto da lui compiuto.

“Inizialmente la mia ricerca era alimentata dal desiderio di capire ed aiutare a risolvere il problema dell’aggressività umana, - scrive Ulrich su Monitor, la rivista degli psicologi americani - ma in seguito mi resi conto che i risultati del mio lavoro non giustificavano la continuazione delle prove. Cominciai invece a domandarmi se non fossero i riconoscimenti finanziari, il prestigio professionale, la possibilità di viaggiare, eccetera a spingermi e se noi della comunità scientifica (sostenuta dal sistema burocratico e legislativo) non fossimo parte integrante del problema. Analizziamo i seguenti dati: la privazione del cibo o di altri fattori di sostentamento producono aggressività negli animali; se pensiamo che gli Stati Uniti, che contano meno del cinque per cento della popolazione mondiale, consumano il quarantacinque per cento delle risorse e dell’energia mondiali, allora noi diventiamo causa dell’aggressività e della rabbia dei popoli affamati. Quando ebbi terminato di scrivere la mia dissertazione sull’aggressività scatenata dal dolore, mia madre, che è Mennonita, mi chiese di cosa si trattasse. Dopo averle spiegato mi rispose: “Beh, lo sapevamo. Papà ci ha sempre detto di stare lontano dagli animali sofferenti perché possono attaccarci”. Oggi, guardo indietro con amore e rispetto a tutti i miei amici animali, dai ratti alle scimmie, che per anni furono sottoposti a torture e come mia madre posso dire: beh, lo sapevamo” (Ulrych R. Monitor, Journal of The American Psychological Association, 1978).

Beh, anche noi lo sappiamo che la vivisezione provoca sofferenze e morte negli animali, danni per la salute umana e rovina la personalità di chi la compie, ma poteri forti e interessi personali non permettono di prendere la decisione più sensata: abolirla!

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