Puniti due volte

Forse è difficile per un vegetariano riuscire a trovare qualcosa di appetitoso quando si rivolge a una mensa pubblica. Ma cosa accade quando la “mensa” è quella carceraria?
4 novembre 2005 - EP - redazione
Fonte: L'Idea Vegetariana 156 - marzo 2004

La foto è tratta dal sito di Radio Popolare

Non so voi, ma l’unica idea che avevo della mensa carceraria, me la ero fatta vedendo i film. Grandi stanze dove le persone vengono servite di cibo caldo dai carrelli che passano tra le tavolate. Piatti di metallo e cucchiai compresi!
Invece non è così. In carcere non c'è una mensa comune e i pasti vengono serviti in cella, due volte al giorno, in orario da ospedale [alle 11,30 e alle 17.30], oltre alla colazione del mattino che prevede latte, caffè e pane.
Il carrello che trasporta i pasti, nella maggioranza dei casi non è nemmeno termico, quindi niente minestra fumante.
Alcuni carcerati, ricevono cibo da casa, altri invece riescono a prepararselo direttamente in cella, utilizzando un fornellino, strumenti di fortuna [i coltelli sono vietati] e gli ingredienti -non certo di prima qualità- che possono acquistare all’interno o tramite una apposita “richiesta di uso interno”.
Preparare il cibo in carcere, applicando l’arte di arrangiarsi diventa un momento importante di “convivialità”, con tanto di scambio tra i detenuti di assaggi, ricette e consigli elargiti da chi ha già esperienza. In caso di immigrati, poi, il cibo rappresenta addirittura un importante fattore per favorire la loro integrazione nelle case di reclusione.
Stiamo parlando però di una minoranza “fortunata”, che ha la disponibilità di potersi pagare il vitto, procurandosi gli ingredienti per cucinare. Tutti gli altri, cioè la maggior parte dei detenuti, devono avvalersi della cucina offerta dall’Amministrazione penitenziaria.

Il cibo è un diritto umano?
Il vitto offerto è certamente migliorato, rispetto a venti-trent’anni fa, ma è sempre di pessima qualità e poco attento alle scelte o hai bisogni personali.
Le “tabelle vittuali”, prevedono: un menu estivo, un menu invernale e un menu invernale bianco. Sono stati inoltre introdotti due menu “estivo islamici” e “invernale islamici”, che tengono conto delle scelte alimentari dettate, appunto, dalla religione islamica.
Diete particolari sono previste per chi soffre di problemi di masticazione, epatopatia [problemi al fegato] o dislipidemia [alterazioni del metabolismo lipidico]. Nessuna differenza invece per chi soffre di celiachia [intolleranza al glutine di frumento] o altre intolleranze alimentari.
Il sabato tutti i malati “comuni” [cioè che non rientrano in una delle tre patologie indicate] sono vegetariani: non è previsto infatti nel menu carne, pesce o pollo. In compenso, la domenica è prevista una dose "extra" di ossa: ben 200 gr a malato. Come vengano distribuite francamente non lo so.

E i vegetariani?
In Italia, ogni carcere ha una conduzione a sé stante, il vitto infatti dipende dalle varie direzioni carcerarie. Comunque in tutti il problema per chi ha fatto una scelta vegetariana [peggio ancora peggio se parliamo di quella vegana] è notevole. Il vegetariano può al limite richiedere il menu destinato agli islamici, anche se questo non risolve la situazione, visto che viene escluso solo l’utilizzo di carne suina. E se, dopo varie richieste e colloqui con il medico, si riesce a ottenere l’esclusione totale di carne, pesce e derivati, il rischio è quello di ritrovarsi ogni giorno nel piatto delle uova [fino a quattordici alla settimana!], un pezzo di formaggio e due tipi di verdura: insalata verde e verza cotta.
Per migliorare la situazione si potrebbe prendere ad esempio il modello utilizzato nelle carceri francesi, dove sono previsti tre tipi di menu: tradizionale, kosher e vegetariano. La scelta può variare tra tre diverse alternative sia per il primo che per il secondo piatto, contorno e frutta vengono variati ogni giorno in rapporto a quello che il mercato e la stagione offrono.

Dove tutto è divieto e privazione, il cibo ha un valore enorme.
Le scelte alimentari che una persona fa per motivi religiosi o per retaggio culturale non possono essere calpestate.
Non considerare questo, anche nell’ottica del recupero di una persona che ha sbagliato, non è degno di una civiltà che si definisce tale.

Note

Un doveroso ringraziamento a Emilia Patruno e alla redazione de Il Due Primo Raggio - Sezione Penale, 3°piano del Carcere di San Vittore per averci fornito le informazioni necessarie.

La foto è tratta dal sito di Radio Popolare, che spesso si occupa dei problemi carcerari e il giorno di natale fa in diretta una trasmissione dal carcere di San Vittore.

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