Che cosa significa essere scimpanzé al 98%

Nel libro di Jonathan Marks, edito da Feltrinelli, Che cosa significa essere scimpanzé al 98%, alcuni principi fondamentali per capire come i nostri comportamenti non siano entità misurabili
14 gennaio 2004 - Felice Cimatti
Fonte: il Manifesto

Osserviamo uno scimpanzé: sono occhi quelli che ci stanno guardando, sono mani quelle che stringono le sbarre della gabbia. Sì, certo, la sua pelle non è nuda, le orecchie sono più grandi delle nostre, e anche il naso, in effetti, non sembra proprio un naso, però, nell'insieme, siamo quasi identici. L'abbiamo sempre intuito, ma poi è arrivata anche la prova scientifica: il Dna umano è simile a quello di uno scimpanzé per oltre il 98%.
copertina del volume "Che cosa significa essere scimpanzé al 98%" Cosa comporti questa somiglianza è ciò che prova a spiegare Jonathan
Marks nel suo libro - recentemente edito da Feltrinelli - Che cosa significa essere scimpanzé al 98%. La posta in gioco non è rilevante soltanto per l'antropologia, l'etologia e la filosofia, perché riguarda - come sempre quando si parla di animali - non tanto la loro natura, ma la nostra. Rispondere alla domanda che il libro di Marks si pone significa, in realtà, rispondere a un'altra domanda: chi siamo noi. Se riteniamo che quella somiglianza sia comunque più rilevante delle differenze (se non genetiche, comportamentali) fra uno scimpanzé e un umano, allora ne discenderanno, evidentemente, numerose conseguenze su quello che riteniamo sia il modo naturale di vivere per Homo sapiens.
La domanda etologica da subito rivela il suo sottotesto politico e ideologico: se, in fondo, siamo quasi degli scimpanzé, allora forse anche la nostra vita e la loro saranno più o meno uguali. Ma c'è di peggio: se riteniamo che a dircelo sia l'oggettiva e neutrale scienza allora forse è giusto vivere come loro. Si tratta di implicazioni che spesso fuggono a chi studia tali questioni, ma proprio per questa ragione sono problemi particolarmente insidiosi. In realtà, come Marks chiarisce fin dalle prime pagine del suo libro, «la misura in cui il nostro Dna somiglia a quello di una scimmia non prefigura in nulla e per nulla la nostra somiglianza generica con gli altri primati, men che meno le conseguenze morali o politiche che ne possono derivare».
I problemi diventano persino più chiari se si analizza un'altra percentuale, molto più inquietante di quel 98%. Un essere umano e una giunchiglia condividono, approssimativamente, il 35% del loro Dna. Ma mentre sembra essere sensato sostenere la nostra somiglianza con uno scimpanzé, affermare che un essere umano e una giunchiglia siano abbastanza simili (sia pure per un 35%) è - come osserva Marks - semplicemente «ridicolo». Il caso della giunchiglia mostra in piena evidenza che la somiglianza genetica, di per sé, non significa nulla. E non significa nulla perché ciò che, attraverso quelle percentuali, si vorrebbe comparare, in realtà non è comparabile.
Facciamo un esempio. Stiamo studiando il modo in cui gli animali umani vivono l'esperienza dell'amore. Bene, ci dice un nostro amico evoluzionista, cominciamo a capire come si riproducono gli scimpanzé.
Scopriamo così, poniamo, che una scimpanzé femmina partorisce, in media, un certo numero di volte e che si accoppia, con una particolare frequenza, con una certa quantità di partner. Otteniamo così dei numeri, che possiamo confrontare con numeri analoghi calcolati per gli animali umani. Alla fine potremo dire, soddisfatti, che il comportamento amoroso umano è simile a quello degli scimpanzé per una certa percentuale. È evidente che questo non ci dice nulla sul nostro comportamento amoroso.
A noi non interessa, infatti, quante volte gli esseri umani si accoppiano, ma quel che l'amore significa per noi, e questo di certo non lo possiamo misurare, contare, pesare. L'amore, per noi umani, corrisponde a un certo insieme di pensieri e di azioni, che impariamo a pensare e a mettere in atto in una certa cultura e in una determinata società.
Dunque, se le cose stanno così, quel 98% non significa proprio nulla, anzi, segnala un grave errore, perché implica un fraintendimento sul tipo di entità che è l'amore. Come sottolinea Marks, se vogliamo capire qualcosa dell'amore, o della natura umana, non possiamo fare a meno di considerare la cultura in cui viviamo. Il che equivale a dire che una biologia dell'uomo che lasci da parte la cultura, non è nemmeno una biologia. A chi si pone il curioso obiettivo di rendere significativo quel 98% facendo a meno del contesto culturale (come fanno, peraltro, buona parte della scienza e della filosofia contemporanee), Marks risponde che «chiedere come sarebbero gli umani senza la cultura è un po' come chiedere come sarebbe un'anatra se avesse labbra al posto del becco. Non sarebbe un'anatra, sarebbe qualcos'altro».
E, ancora: «non esiste alcuna natura umana fuori della cultura. Un essere umano non è un carciofo da cui puoi togliere le foglie spinose della cultura lasciando solo il nudo cuore tenero dell'uomo naturale». Niente di particolarmente rilevante: in fondo, dovrebbe essere una ovvietà. «Non puoi arrivare alla natura umana partendo dagli scimpanzé. Non sono umani». Il problema sollevato da Marks è particolarmente importante perché permette di smascherare un concetto che ha (inaspettatamente) larga diffusione nella psicologia e nella filosofia contemporanee, quello di «base materiale di un comportamento».
Torniamo all'esempio del comportamento amoroso. Poniamo che si scopra che tutte le volte che ci si innamora venga prodotta, da parte di una speciale ghiandola nel cervello, una certa sostanza: chiamiamola a. Bene, questa sarebbe la «base materiale del comportamento amoroso». Analizziamo questo concetto: la sostanza a, in quanto tale, avrà un peso, un sapore, una certa composizione materiale. Pertanto si può misurare, si può scoprire, ad esempio, che la sostanza a nel cervello umano è simile al 12% alla sostanza a nel cervello di un capibara. Ma visto che l'amore del genere umano non si può, nemmeno in senso metaforico, misurare, ne consegue che il concetto di «base materiale» vuole fare stare insieme entità che non sono dello stesso tipo logico.
I comportamenti caratteristici degli animali umani - dall'esperienza dell'amore a quella estetica, dall'angoscia all'esperienza religiosa, dal significato di un una frase a quello di un volto - sono entità non misurabili. E allora, che ce ne facciamo del concetto di «base materiale»?
Con il suo libro Marks mette in discussione un vasto insieme di pregiudizi, che impediscono, al momento, di comprendere realmente come si possa rispondere alla domanda: qual è la natura umana? Sarà possibile provarci
solo quando si comprenderà che «la natura e la cultura agiscono in maniera sinergica. Se l'umano è una torta, la cultura è come le uova, non come la glassa, è una parte inseparabile, non una crosta superficiale».
È tempo che il pregiudizio scientista - che considera rilevante solo ciò che si può misurare - venga lasciato da parte: non è nel cervello, o negli scimpanzé, che troveremo la risposta a quella domanda. E la filosofia sarebbe bene tornasse a fare il suo lavoro, smettendo di scimmiottare la neurologia o le scienze cognitive.

Note

Jonathan Marks
Che cosa significa essere scimpanzè al 98%
Feltrinelli - Collana Serie bianca
Pagine 270 - Anno 2003 - ISBN 8807170876
Prezzo di copertina € 20.00

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