accesso al cibo

Nutrire il mondo proteggendo il pianeta

Nutrire nove miliardi di persone in maniera realmente sostenibile sarà una delle maggiori sfide che la nostra civiltà abbia mai affrontato, e richiederà l'immaginazione, la determinazione e il duro lavoro di un grande numero di persone. Non resta che iniziare.
10 gennaio 2012 - Jonathan A. Foley
Fonte: Le Scienze by europass.parma.it - 02 gennaio 2012

green earth Attualmente un miliardo di persone nel mondo soffre la fame cronica. All'orizzonte però c'è un problema ancora più grave: entro il 2050 la popolazione mondiale aumenterà ulteriormente (si stima una crescita di due o tre miliardi di persone), un incremento che, come suggerito da diversi studi, porterà a un raddoppio della domanda di cibo. L'espansione delle coltivazioni per biocarburanti, inoltre, causerà un'ulteriore richiesta.
In definitiva, se anche risolvessimo i problemi attuali di povertà e accesso alle risorse, dovremmo comunque produrre il doppio per garantire cibo per tutti in tutto il mondo.
Con l'abbattimento delle foreste tropicali, lo sfruttamento dei terreni marginali e l'uso di tecniche intensive in zone ecologicamente sensibili abbiamo trasformato l'agricoltura nella principale minaccia ambientale per il pianeta. Già oggi l'agricoltura consuma una grande percentuale della superficie terrestre e sta distruggendo habitat, consumando risorse idriche, inquinando fiumi e oceani, oltre a emettere una quantità di gas serra molto più grande rispetto alle emissioni di ogni altra attività umana.
Per garantire la salute a lungo termine del pianeta si deve ridurre drasticamente l'impatto negativo dell'agricoltura.

Vicini al limite
A prima vista il modo per sfamare più persone sembrerebbe ovvio: produrre più cibo aumentando l'estensione delle coltivazioni e le rese per ettaro. Purtroppo però entrambe queste strade cominciano a non essere più percorribili. Se escludiamo Groenlandia e Antartide, attualmente coltiviamo il 38 per cento delle terre emerse. L'agricoltura è di gran lunga l'attività umana che usa più terreno in assoluto sul pianeta, e la maggior parte di questo 38 per cento include i terreni migliori. Quel che resta è composto principalmente da deserti, montagne, tundra, ghiaccio, città, parchi naturali e altre aree non adatte alla coltivazione. Le poche frontiere ancora disponibili si trovano nelle foreste tropicali e nelle savane, che però sono fondamentali per la stabilità del pianeta, specialmente come pozzi di carbonio e riserve di biodiversità. Espandere le coltivazioni in queste aree non è una buona idea.
Sfamare la popolazione mondiale sarebbe più facile se tutto il cibo che produciamo fosse destinato al consumo umano, purtroppo però questo vale solo il 60 per cento della produzione agricola: principalmente cereali, seguiti da legumi, piante da olio, verdura e frutta. Il 35 per cento è trasformato in mangimi per animali e il cinque per cento è destinato alle industrie, tra cui quella dei biocarburanti.
La carne è il nodo principale: anche con sistemi di allevamento più efficienti, l'uso dei prodotti agricoli come mangimi sottrae potenziali risorse alimentari alla popolazione. Gli allevamenti bovini intensivi usano in media 30 chilogrammi di cereali per produrre un chilogrammo di carne senza ossa. In genere gli allevamenti di polli e di suini sono più efficienti, mentre i bovini allevati al pascolo di fatto convellono materiale non commestibile in proteine utili all'uomo.
Insomma la conclusione è una sola: la produzione di carne a partire da cereali è una tassa pesante per la produzione alimentare.
Solo il nostro uso dell'energia, con il suo profondo impatto sul clima, e l'acidificazione degli oceani, competono con l'impatto ambientale dell'agricoltura. L'agricoltura ha già distrutto o trasformato radicalmente il 70 per cento dei pascoli, il 50 per cento delle savane, il 45 per cento delle foreste decidue temperate e il 25 per cento delle foreste tropicali. Dall'ultima era glaciale, nessun altro fattore ha avuto un impatto tanto distruttivo sugli ecosistemi. L'area occupata dalle attività agricole è pari a 60 volte quella di strade ed edifici del pianeta.
Le fonti di acqua dolce sono un'altra vittima. Ogni anno sfruttiamo 4000 chilometri cubi di acqua, prelevati principalmente da fiumi e falde sotterranee. L'irrigazione è responsabile del 70 per cento di questo consumo. Se però calcoliamo solo l'acqua consumata, cioè quella che non è restituita al bacino di provenienza, allora l'irrigazione è responsabile dell'80-90 per cento del consumo totale. Come conseguenza, la portata di molti grandi fiumi è diminuita arrivando anche al prosciugamento e in alcune zone, tra cui aree degli Stati Uniti e dell'India, le falde acquifere stanno scendendo rapidamente. Oltre a un prelievo eccessivo, l'acqua subisce anche un pesante inquinamento.
Fertilizzanti e fìtofarmaci sono usati in quantità incredibili, e ormai si trovano in quasi tutti gli ecosistemi. Dal 1960 il flusso di azoto e fosforo attraverso l'ambiente è più che raddoppiato, causando un diffuso inquinamento idrico ed enormi «zone morte» ipossiche alle foci dei principali fiumi. Ironicamente, il deflusso di fertilizzanti dai terreni compromette un'altra fonte alimentare cruciale: le zone di pesca costiere. Certo, i fertilizzanti hanno avuto un ruolo chiave nella rivoluzione verde che ha contributo a nutrire il mondo, ma oggi il 50 per cento circa dei fertilizzanti usati finisce nei fiumi invece che nelle coltivazioni. L'agricoltura è anche la fonte principale di gas serra di origine antropica, visto che è responsabile di circa il 35 per cento delle emissioni di anidride carbonica, metano e protossido di azoto dovute alle attività umane. Si tratta di una percentuale superiore a quella generata a livello globale dai trasporti (automobili, camion e aerei) e dalla produzione di elettricità.
Il consumo energetico dovuto alla produzione, lavorazione e trasporto del cibo ha sicuramente un peso non trascurabile, ma in realtà la maggior parte delle emissioni è dovuta alla deforestazione tropicale, al metano prodotto da animali e risaie, e al protossido di azoto prodotto in terreni eccessivamente fertilizzati.

Cinque soluzioni
Sconfiggere la fame, raddoppiare la produzione di cibo entro il 2050, ridurre i danni ambientali causati dall'agricoltura: per raggiungere questi obiettivi il gruppo di esperti coordinati da Jonathan Foley propone cinque soluzioni realmente integrate, da applicare insieme.
1) Fermare l'espansione dei terreni agricoli nelle zone tropicali
2) Migliorare la produttività dei terreni che hanno rese più basse
3) Aumentare l'efficienza dell'uso di fertilizzanti e acqua a livello globale
4) Ridurre il consumo pro capite di carne e ridurre gli sprechi nelle filiere alimentari.
5) Un sistema di certificazione che valuti l'efficienza nutrizionale, sociale e ambientale dei prodotti potrebbe aiutare i consumatori a scegliere cibi che spingano l'agricoltura in una direzione più sostenibile.

Fermare l'espansione dei terreni agricoli.
La nostra prima raccomandazione è fermare l'espansione dell'agricoltura, in particolare nelle foreste tropicali e nelle savane. La distruzione di questi ecosistemi ha conseguenze pesanti sull'ambiente, soprattutto in termini di perdita di biodiversità ed emissioni di anidride carbonica (risultanti dal disboscamento). Il rallentamento della deforestazione ridurrebbe sensibilmente i danni all'ambiente, causando solo una diminuzione minima della produzione alimentare, che si potrebbe compensare salvando i terreni più produttivi dall'espansione delle aree urbane, dal degrado e dall'abbandono.
Per ridurre la deforestazione sono state fatte molte proposte. Una delle più promettenti è il meccanismo REDD (Reducing Emissions from Deforestation and Degradation), in base a cui i paesi più ricchi pagano i paesi tropicali per proteggere le proprie foreste pluviali, ottenendo in cambio crediti per emissioni di C0 2.
Sono possibili anche altri meccanismi, per esempio una certificazione per i prodotti agricoli che garantisca la provenienza da terreni non ricavati dalla deforestazione. Anche una politica migliore sui biocarburanti, che sposti la produzione verso colture non alimentari come il panico verga (Panicum virgatum), potrebbe liberare terreni agricoli.

Eliminare le differenze di resa.
Per raddoppiare la produzione alimentare senza aumentare l'estensione dei terreni agricoli è necessario migliorare le rese delle coltivazioni attuali. Ci sono due opzioni: aumentare la produttività dei terreni che già producono molto, gestendoli meglio e migliorando geneticamente le colture, oppure aumentare la resa di quelli che producono meno, eliminando quindi le differenze rispetto ai terreni più produttivi. Questa seconda opzione garantisce vantaggi più ampi e immediati, specialmente nelle zone in cui la fame è più diffusa.
Il nostro gruppo ha analizzato la distribuzione globale delle rese agricole e ha trovato che nella maggior parte del mondo ci sono differenze di resa considerevoli tra una regione e l'altra. In particolare, le rese potrebbero aumentare in modo significativo in molte regioni di Africa, America centrale ed Europa orientale, dove grazie a semi migliori, un impiego più efficace dei fertilizzanti e un'irrigazione più efficiente si potrebbe produrre molto più cibo con gli stessi terreni coltivati già oggi. Secondo la nostra analisi, se riuscissimo a eliminare le differenze di resa per le 16 colture più diffuse al mondo, la produzione alimentare globale crescerebbe del 50-60 per cento, con danni ambientali minimi. In molti casi una riduzione delle differenze di resa nelle aree meno produttive potrebbe richiedere un uso aggiuntivo di fertilizzanti e acqua. Si dovrà quindi fare attenzione per evitare che irrigazione e fertilizzazione vadano fuori controllo. La resa si può migliorare anche con altre tecniche. Per esempio le tecniche che prevedono una lavorazione ridotta del terreno disturbano meno il suolo, prevenendone l'erosione. Colture di copertura, cioè non finalizzate alla produzione, piantate negli intervalli stagionali tra le colture per la produzione alimentare riducono la presenza di infestanti e arricchiscono il terreno di nutrienti e azoto. Si possono adottare anche tecniche di agricoltura biologica e agroecologia, come lasciare i residui vegetali sul campo dopo il raccolto in modo che si decompongano e concimino il terreno.
Per ridurre le differenze di resa si devono anche vincere importanti sfide economiche e sociali, quali una migliore distribuzione di fertilizzanti e varietà di semi agli agricoltori di regioni povere e un migliore accesso ai mercati globali.

Usare le risorse in modo più efficiente.
Per ridurre l'impatto ambientale dell'agricoltura, le regioni ad alta e bassa resa devono migliorare la propria efficienza, aumentando i chilogrammi di cibo prodotto per unità di acqua, fertilizzante ed energia usata. In media si consuma circa un litro d'acqua per produrre una caloria di cibo, ma in alcune aree se ne consumi molta di più. Dalle nostre analisi è emerso che i coltivatori potrebbero ridurre significativamente il consumo d'acqua senza sperimentare un calo sensibile della produzione, soprattutto nei climi più secchi. Le strategie principali per raggiungere questo obiettivo sono, per esempio, l'irrigazione a goccia (in cui l'acqua è applicata direttamente alla base della pianta invece di essere spruzzata in aria), la pacciamatura (cioè la copertura del terreno con materia organica per trattenere l'umidità) e la riduzione delle perdite dai sistemi idrici (riducendo l'evaporazione da canali e bacini). Con i fertilizzanti, invece, si tratta di trovare una giusta via di mezzo. In alcune aree la disponibilità di nutrienti è scarsa e quindi la produzione è bassa, mentre in altre la disponibilità è eccessiva e c'è il problema dell'inquinamento. Quasi nessuno usa i fertilizzanti in modo corretto. Le nostre analisi hanno mostrato alcuni punti critici nel pianeta (in particolare in Cina, nel nord dell'India, negli Stati Uniti centrali e nell'Europa occidentale) dove gli agricoltori potrebbero ridurre ampiamente l'uso di fertilizzanti con un impano minimo o nullo sulla produzione. Sembra incredibile, ma il 30-40 per cento dell'inquinamento da fertilizzanti riguarda il 10 per cento appena delle terre coltivate. Tra le azioni che possono limitare questi eccessi ci sono politiche e strumenti economici, quali incentivi agli agricoltori che tutelano i bacini idrici, riducono l"uso eccessivo di fertilizzanti, migliorano la gestione del letame (in particolare lo stoccaggio, in modo da evitare che durante i temporali la pioggia trascini i nutrienti nei corsi d'acqua), limitino ì nutrienti in eccesso con il riciclaggio e istituiscano varie pratiche di tutela ambientale. In più, il ripristino delle zone umide permetterebbe di sfruttarne la capacità di filtraggio per depurare le acque dagli inquinanti. Anche in questo caso la tecnica della lavorazione ridotta aiuta a nutrire il suolo, come avviene con tecniche dell'agricoltura di precisione (uso di fertilizzanti e acqua solo dove e quando sono necessari) e dell'agricoltura biologica.

Disincentivare il consumo di carne e ridurre gli sprechi di cibo.
E' possibile aumentare enormemente la disponibilità globale di cibo e la sostenibilità ambientale aumentando la quantità di prodotti agricoli con cui nutrire direttamente gli esseri umani e diminuendo quella con cui ingrassare gli animali da allevamento. Se ci nutrissimo solo di vegetali, potremmo avere a disposizione il 50 per cento in più all'anno delle calorie attualmente disponibili.
Ovviamente la nostra alimentazione attuale e il nostro uso dei prodotti agricoli hanno indubbi vantaggi sociali ed economici, ed è improbabile che le nostre preferenze cambieranno completamente. Tuttavia anche una piccola modifica nella dieta, per esempio passare dalla carne di bovini alimentati a cereali a quella di pollo, maiale o bovini allevati al pascolo, potrebbe migliorare la situazione.
Una raccomandazione finale, ovvia ma spesso ignorata, riguarda la riduzione degli sprechi nella filiera alimentare. Circa il 30 per cento del cibo prodotto sul pianeta è buttato via, perso, lasciato marcire o consumato da organismi infestanti.
Nei paesi ricchi la maggior parte degli sprechi avviene alla fine della filiera, nei ristoranti e nei cassonetti dei rifiuti. Basterebbero alcuni semplici cambiamenti alle nostre abitudini (ridurre le porzioni eccessive, usare gli avanzi invece di gettarli, mangiare più spesso a casa) per migliorare la situazione, e magari anche la linea.
Nei paesi poveri, invece, gli sprechi si concentrano all'inizio della filiera, sotto forma di raccolti perduti, magazzini rovinati da insetti e roditori, mancata consegna delle merci dovuta a infrastrutture inadeguate. Un taglio apprezzabile agli sprechi può arrivare di migliori sistemi di stoccaggio, refrigerazione e distribuzione del cibo.
In più migliori strumenti per il mercato possono mettere in contatto le persone che producono cibo con le persone che ne hanno bisogno, come per esempio i telefoni cellulari in Africa che collegano fornitori, commercianti e consumatori.
Eliminare gli sprechi dalla filiera alimentare è impossibile, ma anche i piccoli miglioramenti sono importanti. Sforzi mirati, specialmente nel ridurre i rifiuti dagli alimenti che assorbono più risorse, come carne e latticini, potrebbero fare una grande differenza.

Verso una rete alimentare
In teoria, i cinque punti da noi proposti possono vincere molte sfide che riguardano la sicurezza alimentare e l'ambiente. Se attuate congiuntamente, queste misure possono incrementare la disponibilità di cibo dal 100 al 180 per cento, riducendo le emissioni di gas serra, la perdita di biodiversità e l'inquinamento delle acque. È importante sottolineare che i cinque punti (e forse ne andranno aggiunti altri) devono essere perseguiti insieme: da sola nessuna di queste strategie è in grado di risolvere i problemi del pianeta. Dobbiamo partire dagli incredibili successi della rivoluzione verde e dell'agricoltura intensiva, e unirli alle innovazioni prodotte dall'agricoltura biologica e dalle filiere alimentari corte. In questo modo otterremmo un nuovo approccio basato sulle idee migliori, un sistema alimentare sostenibile che si concentri sull'efficienza nutrizionale, sociale e ambientale, grazie a cui produrre cibo a larga scala in modo responsabile.
Possiamo immaginare questo sistema come una rete di sistemi agricoli locali, sensibili al clima, alle risorse idriche, all'ecosistema e alla cultura della regione, che si connettono globalmente attraverso strumenti efficienti di commercio e trasporto globale. Un sistema del genere potrebbe essere una fonte di reddito per i coltivatori. Per stimolare la nascita di un sistema del genere si potrebbe applicare un programma simile a quello adottato negli Stati Uniti per la costruzione sostenibile di nuovi edifici commerciali. Questo programma, denominato LEED (Leadership in Energy and Environmental Design), assegna agli edifici una certificazione in base al numero di soluzioni «verdi» adottate, come pannelli solari, sistema di illuminazione efficiente, materiali da costruzione riciclati, riduzione dei rifiuti edili. Nel caso dell'agricoltura sostenibile, gli alimenti riceverebbero un punteggio calcolato in base all'efficienza nutrizionale, alla sicurezza alimentare e ad altri benefici pubblici, meno i costi ambientali e sociali. Questa certificazione permetterebbe di andare oltre le attuali etichette alimentari come «locale» o «biologico», che in realtà non ci dicono molto su quello che mangiamo, e consentirebbe di guardare al bilancio complessivo del cibo, confrontando costi e benefici dei diversi approcci produttivi.
Proviamo a immaginare lo scenario: agrumi e caffè sostenibili dai tropici, uniti a cereali sostenibili dalla fascia temperata, integrati da verdure e tuberi coltivati localmente, tutto prodotto con standard trasparenti basati sull'efficienza. Usando uno smartphone e l'apposita applicazione, potremmo sapere da dove proviene il cibo, chi e come l'ha coltivato e che punteggio ha ricevuto rispetto ai vari criteri (sociale, nutrizionale e ambientale). Una volta trovato il cibo che ci soddisfa, potremo comunicarlo agli amici e ai coltivatori presenti nel nostro social network. I sistemi agricoli attuali, da quelli commerciali su grande scala a quelli biologici e locali, offrono già principi e metodi necessari a soddisfare i bisogni alimentari e ambientali del pianeta.

Note

Jonathan A. Foley dirige l'Institute on thè Environment dell'Università del Minnesota, dove è anche McKnight Presidential Chair in sostenibilità globale.

Leggi l'articolo originale e completo su Le Scienze"

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