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Ma è proprio vero che mangiare verdure non salverà il pianeta?

In un articolo pubblicato su New Scientist ci si è presi la briga di ipotizzare un mondo di soli vegani e vegetariani e di valutarne a quel punto l'impatto ambientale.
26 luglio 2010 - Mattia Sparacino

mucche New Scientist ha da tempo invitato i propri lettori ad abbracciare una dieta vegetariana e in questi ultimi anni ha dedicato molto spazio sulle sue pagine per dimostrare come gli allevamenti intensivi abbiano un notevole impatto negativo sull'ambiente.

E anche in questo servizio non risparmia critiche e numeri per dimostrare l'insostenibilità ambientale dell'attuale stile di alimentazione basato sul consumo di carne: dalle foreste abbattute, al consumo d'acqua per l'irrigazione, ai concimi utilizzati per ottenere i mangimi per finire al carburante dei trattori, ai pesticidi e ai fertilizzanti utilizzati. L'agricoltura, dice il New Scientist, produce più gas serra di tutti i mezzi di trasporto messi insieme, e contribuisce all'inquinamento da azoto all'erosione del suolo.

E in tutto questo l'allevamento del bestiame è quello che causa più danni.
Non solo, ma l'allevamento intensivo, ricorda l'articolo, sottrae all'alimentazione umana buona parte del grano prodotto per una resa, in termini energetici, bassissima.
Quel che ci si chiede in realtà in questo articolo è se un mondo di soli vegetariani sarebbe realmente più verde. Meno terreni coltivati, più foreste e, presumibilmente, più biodiversità; riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, meno inquinamento agricolo; meno la domanda di acqua potabile e l'elenco potrebbe continuare.

Tuttavia se tutti scegliessero di rinunciare alla carne ci potrebbero essere anche dei costi significativi per l'ambiente.
In realtà, da sempre, l'allevamento (non intensivo) di bovini, ovini e caprini si è svolto su terreni non adatti all'aratura, e ha permesso che l'erba non commestibile per l'uomo fosse convertita in cibo per l'uomo. Anche oggi, un gregge di pecore o capre può essere il modo più efficace per ottenere cibo da terreni marginali. In un mondo dove più di un miliardo di persone non hanno abbastanza da mangiare, allontanare questi terreni dalla produzione non farebbe che contribuire alla insicurezza alimentare. Inoltre, per terreni semi-aridi o collinari, modesti livelli di pascolo causano un minor impatto ambientale rispetto a quel che accadrebbe trasformandoli in terreni agricoli.
Allo stesso modo, in passato, l'allevamento del maiale è stata la possibilità di convertire i propri rifiuti in cibo.

Un altro aspetto negativo, fa notare New Scientist, sarebbe la scomparsa dei sottoprodotti di origine animale. Un mondo senza carne dovrebbe sostituire 11 milioni di tonnellate di cuoio e 2 milioni di tonnellate di lana che provengono ogni anno dagli allevamenti.
E non si sarebbe che il petrolio e l'industria chimica come alternativa.
Non solo ma mancherebbe anche il letame. E' vero che l'uso di fertilizzanti di origine animale è sempre meno importante, ma questo vorrebbe dire affidarsi esclusivamente ad una agricoltura chimica.

Allo stesso modo non è possibile produrre latte senza carne. Le vacche da latte devono partorire ogni anno per continuare a produrre latte, e solo la metà della loro progenie sarà femmina. Che fare della metà "non utile alla produzione di latte" della prole? Sopprimerla?

Argomenti simili si possono applicare ai polli allevati per le uova.

La conclusione a cui arriva questo lungo e ben dettagliato articolo di New Scientist è che se un mondo senza carne suona bene sulla carta, è probabilmente un futuro utopico. La vera domanda dovrebbe essere: quanta carne vogliamo, e come lo produciamo?
Se lo scenario futuro fosse l'obiettivo di produrre più carne al minor costo ambientale, vorrebbe dire una diminuzione di bovini e ovini allevati in pascoli liberi e più animali, soprattutto polli, allevati in recinti o capannoni ad alta densità.
Questo perché al pascolo è intrinsecamente inefficiente.

In realtà esiste un'altra alternativa: trattare gli animali come parte dell'ecosistema, immaginando un ritorno degli animali al loro ruolo originale, come unità di smaltimento rifiuti, mangiatori di avanzi di cibo e di pascolo su terreni non adatti per le colture. In questo contesto le emissioni di metano per animale sarà certamente più alto, ma le emissioni globali sarebbero minori perché ci sarebbero meno animali.

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