sperimentazione e vivisezione

Le cavie siamo noi

La sperimentazione animale non serve a nulla. Prestigiose riviste scientifiche mettono in dubbio la validità della vivisezione.
14 maggio 2006 - Stefano Cagno

Nel marzo del 2006 quasi tutti i quotidiani hanno divulgato la notizia che, in Gran Bretagna, sei persone che avevano partecipato alla sperimentazione di un nuovo antinfiammatorio erano in gravi condizioni per reazioni avverse inaspettate. Questa notizia, uguale a tante altre in passato, porta ad un paio di importanti riflessioni.
Primo: questo farmaco in fase sperimentale chiamato provvisoriamente Tgn1412, aveva superato brillantemente la sperimentazione sugli animali.
Secondo: i vivisettori spesso affermano che se non si sperimentasse sugli animali saremmo costretti a farlo sugli esseri umani. Così molte persone ritengono che la sperimentazione umana sia un’attività fuori legge e criminale. Al contrario in tutte le nazioni del mondo, dopo avere sperimentato sugli animali, le leggi impongono che si passi agli esseri umani: in mancanza di questi ultimi test, nessuna sostanza può essere commercializzata.

Credo pertanto sia utile spiegare cos’è la sperimentazione umana.
La sperimentazione umana consiste in due fasi: nella prima sono impiegati volontari sani, per valutare gli effetti collaterali delle nuove sostanze sintetizzate, prima della loro commercializzazione. I volontari per queste ricerche sono pagati.
Se riteniamo di dover mantenere questa prima fase della sperimentazione, poiché le persone che scelgono di sottoporsi a queste ricerche dovrebbero essere libere di decidere senza condizionamenti, ritengo sia indispensabile che i compensi offerti non siano alti; in caso contrario le persone più bisognose sarebbero condizionate ad accettare anche ricerche particolarmente rischiose per poter fare fronte ai propri problemi economici.
Insomma, partecipare alla prima fase delle ricerche dovrebbe essere una libera scelta, dettata più da un desiderio di contribuire al miglioramento delle terapie, che non per un interesse economico.
Personalmente ritengo, tuttavia, auspicabile vietare questa prima fase, in quanto la somministrazione di nuove sostanze dovrebbe essere riservata soltanto a quelle persone che in via ipotetica potrebbero trarne un giovamento. Al contrario un volontario sano potrebbe, ovviamente, subire solo danni. E’ inoltre praticamente impossibile stabilire un giusto compenso economico. Com’è possibile valutare il rischio di danno fisico che potrebbe essere provocato da una sostanza che è in corso di sperimentazione proprio per valutare anche i danni che potrebbe arrecare? Inoltre il compenso economico potrebbe indurre alcune persone a sottoporsi a molte sperimentazioni, diventando in questo modo delle “cavie” umane per professione.
Nella seconda fase della sperimentazione umana sono valutati gli effetti terapeutici e in questa fase vengono impiegati volontari ammalati della patologia che il farmaco in ricerca dovrebbe curare. Queste persone, di solito, sono scelte tra quelle ricoverate negli ospedali e a loro non viene proposto alcun compenso economico, ma solo la prospettiva di essere curate con un farmaco nuovo che, in via del tutto ipotetica, potrebbe essere più efficace rispetto a quelli in commercio.
Una volta scelto il malato, il ricercatore spiega in cosa consiste lo studio, i rischi e i benefici a cui va incontro. Quindi gli si chiede di firmare un’autorizzazione scritta, detta “consenso informato”, a potere compiere la terapia sperimentale proposta. La richiesta del “consenso informato” in apparenza sembra essere realmente una garanzia che il paziente possa scegliere in assoluta libertà se sottoporsi o meno alla sperimentazione. In realtà, per comprendere bene la questione, è importante fare alcune considerazioni sia sul concetto di “consenso” che di “informato”.

Di solito l’autorizzazione è chiesta dallo stesso medico curante; questo fatto mi sembra già in contrasto con il postulato che il consenso debba essere libero e privo di condizionamenti. E’ infatti evidente che il paziente si trova in una situazione di chiara dipendenza psicologica nei confronti del medico curante, pertanto difficilmente rifiuterà una richiesta di quest’ultimo. Inoltre il presupposto per un corretto rapporto terapeutico è la fiducia che il paziente deve avere per il medico e quindi ciò che quest’ultimo propone, verrà facilmente accettato senza discutere.
Ritengo, quindi, sia indispensabile che il “consenso informato” non venga chiesto dal medico curante.
Anche sul concetto di “informato” nutro molte perplessità. Credo infatti sia difficile poter realmente informare sui rischi della sperimentazione, poiché i dati in possesso dei ricercatori, a questo punto, sono ancora in massima parte dedotti da quanto osservato negli animali e pertanto inficiati dalle enormi differenze esistenti rispetto agli esseri umani. Quindi allo stato attuale, nel campo della sperimentazione umana esiste una contraddizione di fondo. Per poterla praticare in maniera eticamente corretta bisognerebbe fornire al paziente informazioni sicure sui rischi a cui va incontro, ma lo scopo stesso della sperimentazione è proprio quello di ottenere informazioni sicure sul funzionamento del farmaco.
Sempre riguardo al consenso informato, chi assicura che vengano forniti al paziente in maniera chiara e comprensibile tutti i fattori di rischio? In questo caso non intendo affermare che i ricercatori nascondano volutamente i rischi al paziente; ritengo però, che chiunque creda in qualcosa (in questo caso un farmaco), sia portato ad accentuarne, anche in buona fede, gli aspetti positivi ed a minimizzarne quelli negativi. Pertanto, secondo me, un “consenso informato” valido non dovrebbe essere chiesto né dal medico curante e nemmeno dallo sperimentatore, ma da una terza persona che non sia in grado di condizionare la decisione del paziente e che al tempo stesso non abbia un vantaggio diretto dalla sperimentazione in oggetto.
Infine una delle modalità classiche con cui si compie un sperimentazione farmacologica è quella del cosiddetto doppio cieco, che consiste nel somministrare a due campioni di pazienti due terapie differenti che poi verranno confrontate. In questo caso l’appartenenza a uno, piuttosto che all’altro dei due campioni, è sconosciuta sia al paziente che allo sperimentatore, da qui il termine di doppio cieco. Il confronto può essere fatto tra dosaggi differenti dello stesso farmaco, tra farmaci differenti, di cui uno già in commercio, oppure tra il farmaco in studio e un placebo, ossia una sostanza priva di alcun effetto terapeutico. In quest’ultimo caso mi chiedo con quale diritto si sottrae un malato ad una giusta ed efficace terapia, mettendolo a volte a rischio della vita? L’obiettivo della sperimentazione dovrebbe essere trovare nuove terapie più efficaci rispetto a quelle già in commercio, non più efficaci rispetto a nessuna terapia.

Come abbiamo visto la sperimentazione umana è una pratica legale, largamente diffusa e anche quando condotta a norma di legge, non priva di parecchi aspetti di dubbia eticità. Tutto ciò dimostra, qualora ce ne fosse ancora bisogno, come la sperimentazione sugli animali non serva nulla, se non a legittimare il ricorso alla nostra specie e a esporre le “cavie” umane a notevoli rischi per la loro salute.

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