sperimentazione e vivisezione

La comunità scientifica si sveglia dal letargo?

Negli ultimi anni anche le più prestigiose riviste scientifiche hanno iniziato a mettere in dubbio la validità della vivisezione. Ma è con un articolo di Nature, pubblicato a novembre 2005, che finalmente gli antivivisezionisti sono entrati a pieno titolo nel novero dei soggetti credibili all'interno del dibattito scientifico.
13 marzo 2006 - Stefano Cagno

Una premessa.
Con il termine "vivisezione" intendo ogni esperimento in cui siano impiegati animali, indipendentemente dal fatto che siano anestetizzati o meno, oppure sia compiuta una vera e propria “sezione da vivo”.

I vivisettori non amano per nulla il termine "vivisezione" e preferiscono quello più neutro di “sperimentazione animale”. Ricordo, però, che lo stesso Claude Bernard, un fisiologo francese dell’ottocento, considerato proprio il padre della vivisezione, utilizzava questo termine esattamente come ho indicato poco sopra.
In maniera piuttosto schematica si può dire che esistono due approcci differenti per opporsi alla vivisezione: quello etico e quello scientifico. Nel primo caso si ritiene che gli animali non debbano essere impiegati nella ricerca poiché in tal modo si violano i loro diritti alla vita, al benessere e a un equo trattamento che rispetti le loro caratteristiche etologiche. Gli antivivisezionisti scientifici, invece, ritengono che dagli esperimenti sugli animali non si possano ottenere dati estrapolabili alla nostra specie e, quindi, che la vivisezione sia un metodo di ricerca non scientifico e dannoso per gli esseri umani.
In realtà questa divisione in antivivisezionisti etici e scientifici è un po’ superata dai tempi. Vuoi perché queste due argomentazioni possono coesistere insieme, vuoi perché questo tema possiede anche importanti implicazioni economiche che potrebbero individuare un terzo filone e motivo per essere antivivisezionisti.
Come medico mi sono sempre occupato quasi esclusivamente di questioni scientifiche, raccogliendo, fino a un recente passato, nel migliore dei casi, la derisione di una consistente percentuale di colleghi.
Negli ultimi anni, però, qualcosa si è iniziato a muovere anche all’interno della comunità scientifica e quel diffuso atteggiamento di sufficienza si sta trasformando lentamente in una disponibilità a mettere in discussione le certezze, incrollabili e non scalfibili fino a un recente passato.
Si sono moltiplicati i lavori pubblicati sulle più famose e prestigiose riviste scientifiche che mettono in dubbio, se non apertamente negano, la validità della vivisezione: British Medical Journal, New Scientist, Annals of Neurology, solo per citare alcune di quelle che hanno offerto spazio e credibilità alle nostre tesi.
Nel novembre 2005 è toccato a Nature, la rivista forse più famosa e prestigiosa al mondo, pubblicare un articolo fortemente critico sull’impiego degli animali nella ricerca. Ritengo utile riassumerne il contenuto*.
L’autrice, Alison Abbott, è una corrispondente abituale della rivista e inizia ricordando che da anni esiste un centro, l’European Centre for the Validation of Alternative Methods (ECVAM), che si trova ad Ispra sul lago Maggiore, finanziato dalla Comunità Europea e finalizzato alla validazione dei metodi sostitutivi la vivisezione.
L’ECVAM è stato chiamato direttamente in causa, poiché entro meno di 10 anni nessun test con animali su sostanze cosmetiche potrà essere utilizzato in Europa e quindi per quella data dovranno essere validati test sostitutivi per tutte le ricerche che fino ad ora sono condotte con animali.
Tuttavia in Europa esiste anche un altro progetto di segno opposto, chiamato REACH (Registration, Evaluation, and Authorization of Chemicals), secondo il quale nei prossimi anni dovrebbero essere testate tutte quelle sostanze chimiche (decine di migliaia) che fino ad ora sono entrate in commercio senza un’adeguata sperimentazione. Per ottenere questo risultato i legislatori hanno ritenuto opportuno riproporre la vivisezione. Ciò potrebbe significare nei prossimi anni l’uccisione fino a 50 milioni di animali per testare circa 30.000 sostanze.
Contro il progetto REACH non si sono schierati solo gli animalisti, ma anche molti politici ed industrie del settore che ritengono i criteri di valutazione non adeguati scientificamente.
Alison Abbott osserva che si impiegano ancora gli animali: “malgrado sia riconosciuta la cattiva qualità della maggior parte dei test su animali, che non sono mai stati sottoposti ai rigori della validazione oggi imposta ai metodi alternativi in vitro. La maggior parte dei test su animali sovrastimano o sottostimano la tossicità, o semplicemente non sono in grado di fornire dati precisi sulla tossicità riferita all’uomo”. All’autrice dell’articolo fa eco Thomas Hartung, direttore dell’ECVAM, il quale afferma che: “I test di tossicità che abbiamo utilizzato per decenni sono semplicemente cattiva scienza. Oggi abbiamo la possibilità di ripartire da zero e di sviluppare dei test basati su prove evidenti, che forniscono un reale valore predittivo”.
Sempre sullo stesso articolo è dato spazio alle opinioni di Horst Spielman (tossicologo del Federal Institute for Risk Assessment di Berlino) il quale ritiene che: “I test di tossicologia embrionale fatti su animali non sono affidabili per la previsione nell’uomo: quando scopriamo che il cortisone è tossico per gli embrioni di tutte le specie testate, eccetto quella umana, cosa dobbiamo fare?”
Nell’articolo l’autrice ci informa che per valutare la capacità di una sostanza di provocare cancro ci vogliono cinque anni di lavoro e l’utilizzo di 400 ratti. In base ai protocolli attualmente in uso il 50% delle sostanze risulta positiva, ossia in grado di provocare cancro negli animali, tuttavia il 90% dei casi sono falsi positivi, ossia le sostanze non sono cancerogene per la nostra specie.
Il senso di questo articolo è bene riassunto nel sottotitolo dove l’autrice afferma che: “Pressioni commerciali e politiche stanno premendo per una sospensione dell’uso degli animali nei test di tossicologia in Europa. Questo cambiamento significherà anche un movimento verso una scienza migliore”.
L’articolo di Nature rappresenta un vero e proprio sdoganamento degli antivivisezionisti dal ristretto circolo degli animalisti, per farli finalmente entrare a pieno titolo nel novero dei soggetti credibili all’interno del dibattito scientifico.

Note

(*) More than a cosmetic change. Abbott A., Nature, pag. 144-146, vol. 438, 10 novembre 2005.

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