consumi

Il più equo del reame

Da circa un mese il gigante svizzero dell'agro-alimentare Nestlé ha introdotto sul mercato del Regno Unito “Nescafé Partner's Blend” prodotto in quattro cooperative del Salvador e una etiope. A certificarlo ci ha pensato l'organizzazione che si occupa a livello internazionale di equo e solidale, la Fairtrade Foundation, che ha concesso alla multinazionale svizzera l'utilizzo del logo, scatenando non poche polemiche.
20 novembre 2005 - EP - redazione

Specchio, specchio delle mie brame: chi è il più equo del reame? Oggi la risposta a questa domanda è apparentemente semplice. Nescafé Partner's Blend
Da circa un mese il gigante svizzero dell'agro-alimentare Nestlé ha introdotto sul mercato del Regno Unito “Nescafé Partner's Blend” prodotto in quattro cooperative del Salvador e una etiope. A certificarlo ci ha pensato l'organizzazione che si occupa a livello internazionale di equo e solidale, la Fairtrade Foundation, che ha concesso alla multinazionale svizzera l'utilizzo del logo, scatenando non poche polemiche.
Il dibattito, acceso e con tutti i presupposti di rimanere tale per molto tempo, non si limita al fatto che la Nestlé, da anni, sia al centro di un'azione di boicottaggio a livello internazionale.
Il punto scottante della questione è se il fair trade può essere considerato come una semplice specifica di prodotto o deve guardare al comportamento complessivo delle aziende che chiedono di farne parte.
Secondo Ctm Altromercato: "se una impresa non opera una sostanziale revisione delle proprie pratiche commerciali nei mercati che controlla, l'operazione si riduce a una mera azione tattica per guadagnare quote di mercato, "pescando" nella nicchia dei consumatori sensibili".
E in effetti, se consideriamo che solo pochi mesi fa nel suo rapporto sul caffè la Nestlé a proposito di commercio equo aveva dichiarato che “se ai coltivatori di caffè si pagassero su vasta scala i prezzi del commercio equo e solidale, superiori a quelli di mercato, si incoraggerebbero quegli stessi coltivatori ad aumentare la produzione, con un ulteriore effetto di distorsione dell'attuale squilibrio tra domanda e offerta e dunque un abbattimento dei prezzi" qualche legittimo dubbio che l'azienda voglia solo penetrare un mercato in espansione viene.
D'altro canto le vendite dei prodotti legati al fair trade hanno registrato un sensibile incremento (solo in Gran Bretagna, tra il 2003 e il 2004 si parla del 40%) e un prodotto liofilizzato equo, buono (al palato) e noto come Nescafé sarebbe di sicuro successo.
Non a caso, altre grosse società stanno percorrendo gli stessi passi della Nestlé: McDonald's con il caffé in Svizzera e negli USA, Dole in Francia e Chiquita negli Stati Uniti con le banane.

Anche il vegetarismo, che può essere considerato a tutti gli effetti un esempio di consumo responsabile, non è immune da problemi simili.
Lo scorso anno la Vegetarian Society è stata contattata da McDonald's che chiedeva di poter accedere all'utilizzo del marchio dell'associazione per i prodotti dedicati ai consumatori vegetariani.
La risposta dell'esecutivo dell'Associazione inglese è stata positiva: "il Consiglio ha deciso che se i prodotti di McDonald's rispondono ai criteri richiesti, verrà trattata come qualunque altra azienda". E ha aggiunto "crediamo sia una buona cosa sia per i vegetariani che desiderano mangiare rapidamente in un fast food, sia per i clienti di McDonald's che hanno l'occasione di provare gli alimenti utilizzati nella dieta vegetariana".
Il ragionamento non fa una grinza!
Ma questo significa che possiamo evitare di considerare che questa azienda fonda il suo business sull’uccisione di migliaia di animali, che vengono allevati e macellati in condizioni inammissibili dal punto di vista etico-animalista?
La risposta a questa domanda arriva ancora dal Regno Unito dove il mese scorso McDonald's ha ricevuto dall'associazione per i diritti animali Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals, un riconoscimento per aver scelto di utilizzare uova provenienti da galline allevate libere e un plauso per gli standard utilizzati nel trattamento del bestiame.
Jackie Ballard, Direttore Generale di RSPCA, al quale è stato chiesto se non fosse una forzatura definire McDonald's "un esempio da imitare nell'attenzione verso gli animali", ha risposto che la RSPCA si occupa di promuovere il benessere animale e non è un'organizzazione vegetariana! Come dire: che la mano destra non sappia mai cosa fa quella sinistra!

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