sperimentazione e vivisezione

La bellezza che uccide

All'interno di un tema, come quello dell'impiego degli animali nella ricerca, che negli ultimi anni ha stimolato accese dispute, esiste un argomento che, apparentemente, sembrerebbe ottenere il consenso di quasi tutta l'opinione pubblica, ossia la necessità di abolire i test nella cosmesi.
13 marzo 2010 - Stefano Cagno

Al contrario delle ricerca in campo biomedico, in questo caso, i fautori della vivisezione non possono ammantare scuse come la presunta utilità dei loro esperimenti per il progresso scientifico e quindi per il bene dell'umanità. La cosmesi è legata alla voglia di apparire più belli e quindi, in ultima analisi, alla vanità e non certo alla salute.

Ogni volta che sono stati compiuti sondaggi sul tema i risultati non hanno lasciato dubbi: l'opinione pubblica europea vuole al più presto abolire questo tipo di esperimenti.
Già nel 1999 un sondaggio commissionato dalla British Union for the Abolition of Vivisection e dalla Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals ha evidenziato che nel Regno Unito l'88% dei cittadini era contraria alla prosecuzione degli esperimenti sugli animali. La media delle risposte ottenute in altri stati (Francia, Italia, Germania, Svezia e Spagna) è risultata inferiore (72%), ma comunque sulla stessa linea.
Un secondo sondaggio, condotto nel 2001 nelle sei precedenti nazioni, questa volta sulla vendita all'interno dell'Unione Europea di prodotti cosmetici testati sugli animali, ha ribadito la contrarietà del 74% degli intervistati.
Nonostante i continui pronunciamenti popolari, gli interessi forti industriali sono stati in grado di mantenere in vita questo tipo di ricerche anche nel caso della cosmesi. L'unico risultato è stata un'apparente diminuzione del numero degli animali impiegati. Tuttavia, i dati lasciano parecchie perplessità, poiché molti esperti del settore ritengono che diverse industrie abbiano considerato le sostanze testate come farmaceutiche e quindi conteggiate non all'interno del campo dei cosmetici. Infatti, questi dovrebbero essere sostanze che rimangono a livello cutaneo, senza entrare in profondità nei tessuti e quindi venire a contatto con il sistema circolatorio.

Moltissimi degli attuali cosmetici, al contrario, superano l'epidermide ed entrano in profondità, comportandosi in tale modo come farmaci.
E' importante ricordare che fino al 1976 non vi era alcun obbligo per le industrie cosmetiche di testare i loro prodotti sugli animali. Da allora in poi, invece, per poter avere l'autorizzazione alla commercializzazione, almeno il principio attivo, ossia la sostanza che possiede una azione cosmetica, ha dovuto superare diversi test finalizzati alla valutazione di un'eventuale sua potenziale tossicità.
Tutte queste ricerche utilizzano animali e includono:
- Corrosione o irritazione di pelle ed occhi;
- Assorbimento cutaneo;
- Sensibilizzazione della pelle (allergie);
- Tossicità acuta e cronica causata da ingredienti che penetrano nel corpo per ingestione, inalazione o attraverso la pelle;
- Effetti indotti dalla luce (la luce ultravioletta reagisce con alcuni ingredienti)
- Danni genetici (genotossicità);
- Assorbimento, distribuzione e metabolizzazione nel corpo;
- Potenziale cancerogenicità od embriotossicità.

E' bene ricordare che, al contrario, non esiste nessun obbligo di testare sugli animali i prodotti finiti. Questo aspetto ha generato parecchia confusione, poiché alcune industrie hanno posto sui loro prodotti etichette indicanti che non erano stati testati sugli animali, ma in realtà era da leggersi che il prodotto finito non era stato testato, ma il principio attivo sì. Questo tipo di etichettatura è stato giudicato una vera e propria pubblicità ingannevole, poiché induceva i consumatori sensibili a comprare un prodotto illudendosi che questo non era mai stato testato sugli animali, mentre nella realtà ciò non era assolutamente vero.

Negli ultimi 10 anni diverse volte la Commissione Europea ha stabilito limiti temporali oltre i quali non si sarebbero più dovuti impiegare gli animali nei test cosmetici, ma ogni volta, puntualmente, la scadenza è stata fatta slittare. Nel 2003, dopo lunghe discussione e contrasti, la Direttiva Europea sui Cosmetici è stata per la settima volta emendata, includendo una serie di divieti introdotti progressivamente fino al 2013, anno in cui, teoricamente, tutti i test sugli animali per la cosmesi dovrebbero essere aboliti. Dico teoricamente, poiché anche nelle precedenti occasioni il risultato dell'abolizione sembrava essere raggiunto e, invece, scuse pretestuose, lungaggini burocratiche e discutibili impostazioni nella validazione dei metodi sostitutivi, hanno fatto sfumate tutto.
Eppure, come al solito, se i consumatori fossero attenti e veramente motivati potrebbero spingere le industrie cosmetiche ad abolire i test sugli animali, anche in mancanza di un divieto formale. Esistono, infatti, migliaia di principi attivi sul mercato già prima del 1976 e, quindi, potenzialmente non testati sugli animali. Comunque se le industrie si orientassero a utilizzare solo questi, anche se fossero stati testati prima del 1976, si otterrebbe comunque il risultato di evitare ulteriori esperimenti.
Non dimentichiamo che, se la maggioranza delle persone si orientasse verso un certo tipo di prodotto, in questo caso "cruelty free", anche le industrie meno sensibili, la stragrande maggioranza, cambierebbero orientamento per necessità e convenienza.
L'interesse per l'argomento non sembra mancare, anche al di fuori dell'ambiente strettamente animalista. Eppure negli anni passati alcuni coraggiosi tentativi, da parte di piccole industrie cosmetiche, di entrare sul mercato solamente con prodotti "cruelty free" hanno incontrato molte difficoltà, per tutte Beauty Without Cruelty che ha dovuto chiudere. Recentemente, però, altre ditte con una visibilità molto maggiore si sono proposte.
Certamente il successo, come al solito, sarà dettato dai consumatori che, mi auguro, siano sempre più attenti ai prodotti sani e giusti, ossia nati senza provocare sofferenza a nessuno, dimenticando così di farsi abbagliare, come spesso succede, dalla pubblicità, soprattutto se questa risulta, per di più, ingannevole.

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