comportamenti

L’estremismo fa male agli animali e anche al popolo dei vegetariani

Animalisti determinati, disinvolti e agguerriti, in trepida difesa dei propri beniamini. Ma Carla Rocchi, presidente dell’Enpa, avverte: «Essere animalista e rapportarsi con chi si definisce tale, vuol dire innanzitutto non diventare isterici, né insopportabili o autoreferenziali. L’estremismo fa male agli animali e mette in cattiva luce il nostro mondo».
Maria Paola Gianni
Fonte: Libero - 09 marzo 2009

Animalisti: determinati, disinvolti e agguerriti, in trepida difesa dei propri beniamini. A volte tacciati di estremismo, possono suscitare reazioni opposte e non essere compresi anche se in buonafede per la nobile causa. A ironizzare su di loro, è una degna rappresentante: Carla Rocchi, presidente dell’Enpa, Ente nazionale protezioni animali, che commenta: «È vero, a volte non siamo capiti. Ma spetta anche a noi comprenderne i motivi. Essere animalista e rapportarsi con chi si definisce tale, vuol dire innanzitutto non diventare isterici, né insopportabili o autoreferenziali. L’estremismo fa male agli animali e mette in cattiva luce il nostro mondo».
Ben venga, dunque, la difesa dei non umani, ma attenzione a non rischiare di essere fraintesi. Se, dunque, animalismo vuol dire convincere le persone ad amare cani e gatti, a prendersi cura di loro, a mangiare vegetariano e a non portare le pellicce, va tutto bene. «Ma le persone vanno convinte, non provocate, altrimenti otteniamo la reazione contraria», aggiunge Rocchi, «non ho nessuna voglia di affermare con il mio comportamento è migliore di tanti altri, perché tutti noi prima di essere animalisti, non siamo stati tali. Quando tantissimi anni fa non ero vegetariana e mangiavo la carne, non pensavo di essere una delinquente».

L’estremismo fa male
Non c’è niente di peggio, dunque, che voler apparire diversi o migliori, rischiando di innervosire l’altro e di determinare, come si dice in fisica, una reazione uguale e contraria. «Ho scoperto dopo che non mangiare la carne è una cosa buona e santa per gli animali», precisa ancora Rocchi, vegetariana da 20 anni, «è un comportamento virtuoso, e il premio è una pelle migliore, a partire dal viso. Ma non esiste, in assoluto, un animalismo migliore di un altro. A me non importano le testimonianze, ma i risultati concreti». Insomma, la durezza ci vuole, ma va spesa quando davvero serve, nel caso di maltrattamenti o situazioni di pericolo. Altre volte, invece, va lasciato spazio al dialogo e soprattutto all’elasticità. Ma qual è il nesso tra animalismo e vegetarismo? Chi ama gli animali deve per forza essere vegetariano? Tutti i personaggi animalisti da noi contattati, si sono dichiarati vegetariani, o prevalentemente tali, quest’ultimi non hanno escluso di diventarlo al cento per cento, un giorno. Francesca Martini, ad esempio, sottosegretario alla Salute e protagonista di una sana impronta animalista nell’attuale governo, non è vegetariana, anche se ha precisato di mangiare «pochissima carne. Frutta e verdura costituiscono il 90 per cento della mia dieta». È proprio lei la paladina delle associazioni di protezione animali, lo dimostra il fatto che il suo ufficio per loro è sempre aperto. «È un passo storico che ha compiuto il nostro Paese», commenta lei, «da quando sono al ministero sono entrate anche queste associazioni, settimanalmente sedute al tavolo con me. Tra noi c’è un rapporto diretto, io condivido con loro il sentimento che la protezione degli animali è un fatto di civiltà irrinunciabile in una nazione». D’altra parte la stessa Indira Ghandi disse che «il grado di civiltà di un popolo lo si capisce dal modo in cui tratta gli animali»

Il problema del randagismo
Ecco perché le amministrazioni, chi più, chi molto meno, da anni cercano di formulare regolamenti di difesa e tutela degli animali, per non parlare della disapplicazione e vetustà della legge 281 del 1991 sul randagismo. «Le amministrazioni locali sono tenute a occuparsi di animali in base a leggi nazionali e regionali», spiega Gianluca Felicetti, presidente della Lega Anti-Vivisezione, vegetariano da trent’anni anni e vegano da sei, «ogni sindaco è proprietario giuridico di tutti gli animali vaganti non di proprietà nella sua città. È un atto dovuto per legge. Ormai, quasi una famiglia su due vive con un animale e sempre più persone vogliono veder regolato questo loro rapporto».

I Comuni all’avanguardia
Tanto di cappello, dunque, alle amministrazioni locali che hanno aperto gli uffici diritti animali, il primo in Italia è stato istituito dal Comune di Roma nel 1994. Ben vengano i regolamenti di tutela, per lo più in vigore nelle città del centro-nord, con qualche eccezione al sud. «Normative che sono fondamentali, perché come dice l’Eurispes, nelle nostre case vivono oltre quattordici milioni tra cani e gatti, gli animali fanno sempre più parte di noi», rincara la dose il veterinario Federico Coccia, consulente tecnico del ministro della salute e del comune di Roma, e «non ancora vegetariano», come dice lui stesso, «anzi, per la verità mangio poco e soprattutto insalate». Anche Coccia difende a spada tratta le associazioni animaliste e di volontariato: «Sono una grande risorsa del Paese, formate da persone competenti in materia, sono un valore aggiunto per chi tratta questi argomenti, nei quali anche la figura del veterinario assume un ruolo centrale per il benessere dei nostri beniamini». E se il randagismo oggi non si riesce a sconfiggere, o comunque a limitare, è dovuto alle poche risorse messe a disposizione per combatterlo. Secondo Gianni Mancuso, deputato Pdl e presidente dell’Enpav, l’Ente previdenziale di 25mila veterinari italiani, «sono poche le risorse messe a disposizione per la cattura e detenzione nelle strutture di accoglienza, che specie nel sud Italia finiscono per diventare dei lager. Bisognerebbe destinare più fondi alle sterilizzazioni e all’anagrafe animale. Quanto agli uffici di tutela, esistono esperienze molto valide nel centro-nord, diversamente dal sud».Altro risvolto negativo che neutralizza le sterilizzazioni sono le fabbriche di cuccioli nei campi rom, usati per chiedere l’elemosina. «È un’assurdità, un’ulteriore piaga», commenta il presidente Enpav, «animali che vengono fatti riprodurre per partorire teneri batuffoli da usare per l’accattonaggio, poi abbandonati dopo pochi mesi, quando ormai non sono più attraenti». Lo stesso Mancuso si definisce «animalista e zoofilo convinto», quanto alla sua dieta, precisa: «non cerco particolarmente la carne, volentieri mi butto sul vegetale, per me essere animalista vuol dire che il mondo non è solo dell’uomo, ma anche degli altri esseri viventi senzienti».Il nesso, dunque, tra chi ama gli animali e mangia meno carne, o addirittura per nulla, c’è. Eppure non si perde occasione per ridicolizzare o attaccare chi preferisce essere vegetariano. «Siamo una categoria che punta a diventare maggioranza», avverte Gianluca Felicetti, Presidente Lav, «io stesso ho un figlio di 13 anni che non ha mai mangiato né carne, né pesce, è in piena forma, e ha potuto seguire la sua dieta anche nella scuola dell’obbligo, grazie alla scelta vegetariana del Comune di Roma».

L’orgoglio dei vegetariani
Dopo il successo nella Capitale, quest’anno si celebra la seconda edizione del “Veggie Pride” (www.veggiepride.it), ossia il giorno dell’orgoglio vegetariano. La manifestazione si svolgerà il 16 maggio a Milano, in contemporanea con il corteo francese che si terrà a Lione, dove è arrivata alla sua nona edizione. Solo in Italia, secondo l’Eurispes, il popolo dei vegetariani supera i sei milioni e nel 2050 potrebbe arrivare a 30 milioni.Ma quali sono i principi che tanto fanno innervosire i carnivori? Che poi, carnivore, come dicevamo, sono anche le persone che amano gli animali, che i vegetariani però preferiscono definire “zoofili”, piuttosto che animalisti. Parola della vegana Ilaria Ferri, direttore scientifico degli Animalisti Italiani onlus: «Chi è animalista è vegetariano, diversamente è uno zoofilo». Per quale motivo? «Perché l’animalista non può essere specista, non può riconoscere dei diritti a gatti e cani e negarli ad agnelli, mucche e conigli», replica Ferri. «È lo stesso discorso dei cinesi che mangiano i cani. Come fa a giudicarli chi si ciba di vitelli e polli? Come si fa a decidere che mangiare certe specie è normale, mentre con altre è sbagliato, anzi, è addirittura scandaloso?».Una bella domanda, qual è, infatti, la discriminante che differenzia la possibilità di un animale di essere mangiato o coccolato? Chi è che può decidere quando è commestibile? La tradizione popolare? Sembra ridicolo, eppure è dimostrato che un maiale è assai più intelligente di un cane o di un gatto, e apprende con molta più facilità il gioco e l’insegnamento. Ma chi ha mai pensato di allevare un maiale come animale d’affezione? Certo, non conoscere chi si sta mangiando è molto più facile. Ma se si entra in un rapporto affettivo, le cose si complicano non poco. Anche per i carnivori spinti.

Le previsioni di Leonardo
Ad esempio, il termine “vinciano”, dal nome di Leonardo da Vinci, viene utilizzato anche per definire i bambini che provano affetto verso un animale, tale da ritenere assurdo di doverlo mangiare. Proprio il grande Da Vinci, vegetariano doc, rinnegò la carne dalla sua dieta. Celebre la sua frase: «Verrà il tempo in cui l’uomo non dovrà più uccidere per mangiare, ed anche l’uccisione di un solo animale sarà considerato un grave delitto...». Il buon Da Vinci considerava i corpi degli umani delle “tombe degli animali”, dei sarcofagi. E proprio Franco Battiato ha scritto la canzone “Sarcofagia”, che riprende, appunto, lo stesso concetto. Anche secondo il noto cantautore non possiamo essere le tombe degli animali, perché la nostra vita non può rappresentare la morte per altri. Per l’economista americano Jeremy Rifkin l’unica possibilità per il futuro del pianeta è la rivoluzione vegetariana, che risolverebbe la fame nel mondo. Rifkin denuncia la deforestazione dell’Amazzonia. D’accordo con lui è anche il vegetariano e noto oncologo Umberto Veronesi, già ministro della Salute, acerrimo sostenitore della dieta priva di carne per l’uomo, perché discende dalla scimmia, erbivora. Lui stesso ha dichiarato che «il 50 per cento dei cereali e il 75 per cento della soia raccolti nel mondo servono a nutrire gli animali d’allevamento. L’America meridionale, per fare posto agli allevamenti, distrugge ogni anno una parte della foresta amazzonica grande come l’Austria». Secondo un rapporto della Fao, il bestiame, che occupa il 26 per cento del pianeta, genera il 18 per cento dell’emissione dei gas serra, più di quelli prodotti dai trasporti e dall’inquinamento, responsabili del 14 per cento.

I sentimenti degli animali
Memorabili anche altre frasi celebri di vegetariani e animalisti, come Pitagora, Plutarco, Schopenhauer, Einstein e molti altri. Fa riflettere l’osservazione del filoso ed economista inglese Jeremy Bentham: «Il problema degli animali non è “Possono ragionare?”, né “Possono parlare?”, ma “Possono soffrire?”». Forse, comunque, un modo per diventare tutti, o quasi, vegetariani ci sarebbe. Basta citare la frase di Plutarco: «Se sei convinto di essere naturalmente predisposto a mangiar carne, prova anzitutto a uccidere tu stesso l’animale che vuoi mangiare. Ma ammazzalo tu in persona, con le tue mani, senza ricorrere a un coltello o a un bastone o a una scure. Fa come i lupi, gli orsi e i leoni, che ammazzano da sé quanto mangiano...».

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