agricoltura

A sostegno dell'agricoltura da conversione

Agricoltura biologica e di conversione, una differenza importante ma non immensa
Elia Renny (Operatore azienda biologica)

L’agricoltore moderno, o antico se vogliamo, pensa ormai sempre più spesso alla coltivazione biologica.. Ne è tentato da quello che sente dai suoi colleghi che la praticano, vede quali risultati produttivi interessanti hanno raggiunto gli operatori d’oltralpe oltre ai nazionali, comprende la portata del processo di rintracciabilità di cui legge ovunque, non solo sulle riviste specializzate. Ma deve affrontare la conversione. Il regolamento CEE 2092/91 prevede per l’azienda agricola che intende produrre secondo il metodo dell’agricoltura biologica, una fase di conversione di durata più o meno lunga nella quale non sa come si comporteranno i suoi campi, non sa quale sarà il suo reddito, ma conosce bene la fatica che gli costerà questo sforzo. Sa anche che il periodo può essere allungato o accorciato dall'Organismo di controllo, sulla base delle condizioni oggettivamente rilevate nella sua azienda e sa anche che ci sono degli aiuti finanziari a supporto di tale scelta. Ormai da tempo è a conoscenza del fatto che molte regioni mettono sul piatto anche la consulenza, attraverso un Piano di conversione. La cosa più importante che non sa è quanto il suo prodotto “in conversione” sia gradito al consumatore, sia esso quello finale, o l’intermediario di lavorazione, o commerciale. Ha ragione a non saperlo: il suo prodotto è sconosciuto come è sconosciuta la parola “conversione” che pare qualcosa da cui tenersi alla larga. La maggior parte dei commercianti del settore biologico attualmente non lo vuole, lo considera di serie B, mancante di certificazione e quindi non idoneo. Non lo vogliono le grandi catene di distribuzione, non lo vogliono i venditori della distribuzione specializzata, per la stessa ragione. Non lo vogliono. Il mercato “Convenzionale” - così chiamato solo per distinguerlo dal biologico ma che di convenzionale non ha che le concimazioni e i trattamenti chimici - lo tratta con sussiego in quanto non rispondente il più delle volte agli standard qualitativi riconosciuti: spesso non è bello, non è abbastanza attraente (l’analogia con il “palestrato” verrebbe a fagiolo), dà poca certezza di lavorazione, ovvero, potrebbe creare intoppi e quindi aumentarne i costi di gestione.
Certamente, un piano di conversione ben organizzato, graduale e soprattutto misurato sulle reali possibilità dell'azienda, prende in dovuta considerazione una molteplicità di aspetti, fra i quali le motivazioni dell'agricoltore, il suo livello di conoscenza tecnica, le caratteristiche della sua azienda e della zona in cui opera: Considera il grado di “contaminazione” chimica del suo terreno e molti altri aspetti, lo accompagna in questo cammino affinché non assuma le sembianze di calvario. Ma si può fare di più. Una maggiore informazione a sostegno del momento delicato dell’agricoltore che rischia del suo per un così nobile sforzo non può mancare. Pensateci. Tutti noi siamo veicolo di informazione una volta acquisita e condivisa. Allora, il consiglio è di non fuggire davanti a una cassetta di pesche o di insalata “da conversione”: sono migliori di tutto il convenzionale che ci mangiamo senza saperlo e acquistarle è un atto di sostegno vero a chi sceglie di passare ad un’agricoltura rispettosa e in armonia con la natura. Domani, proviamo a chiederle al nostro abituale negozio di frutta e verdura...

chi siamo

chi siamo

invia articolo

segnala un articolo o un evento

pubblicità

per la pubblicità su questo sito

promuovere i propri prodotti e servizi su Veg'zine.it

contattaci

contattaci

site map

site map

Privacy Policy

Powered by PhPeace 2.4.1.62