legislazione

Un varco verso l'illegalità

L'elefante rischia la strage a causa di nuove legislazioni riguardo l'esportazione dell'avorio alla Cina
Maria Teresa De Carolis (Attrice, scrittrice e giornalista free lance. Buddista e vegetariana da oltre venti anni.)

Sono passati ormai quasi venti anni da quando il CITES (Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora) nel 1989 vietò il commercio internazionale d’avorio proprio a causa del rischio altissimo d’estinzione a cui era sottoposto l’elefante africano. Già da prima era vietata l’importazione in America dell’avorio proveniente da elefanti asiatici. Il Cites è una convenzione internazionale alla quale aderiscono circa 160 paesi ed ha sede a Washington. Grazie a questo organismo migliaia di specie sia animali che vegetali a rischio di estinzione hanno una bandiera e una voce. Ma questa bandiera è senza asta, sotterrata sotto una decisione assurda, e la voce non ha più suono, e spiego perché. L’anno scorso ci fu una moratoria per sospendere per 9 anni il commercio di avorio supplementare, ossia che già si trovava immagazzinato sul territorio africano, e per il quale esisteva uno stretto controllo delle esportazioni. Nel 1997 lo stesso CITES approvò la vendita una tantum di 60 tonnellate di avorio africano al Giappone; avorio che derivava, si dice, da morte naturale dell’animale. Con questa manovra pensavano di ridurre il bracconaggio nei paesi africani. Il Kenya e l’India hanno chiesto più volte la reintroduzione del divieto assoluto di esportazione e vendita dell’avorio, perché nonostante il commercio controllato i fenomeni di bracconaggio continuano a crescere. Nello stesso parco di Tsavo National Park, uno dei parchi naturali più importanti, ogni anno il bracconaggio cresce del 5%. Ogni anno vengono sequestrati solo nell’Africa orientali più di 2.000 kg di avorio illegale. Le guerre che vengono combattute in Africa influenzano anche il bracconaggio, perché fonte di guadagni enormi. Comunque il mercato ha un obiettivo e dai dati del CITES risulta che l’America è tutt’oggi il paese nel quale viene introdotto illegalmente il maggior numero di oggetti di avorio; spesso si tratta di privati cittadini che cercano di frodare la dogana introducendo gioielli, souvenirs, piccoli oggetti scolpiti nel sangue di una razza ormai a rischio da decenni. Pare addirittura che alle frontiere venga requisito un numero cinque volte superiore agli altri paesi del mondo. Naturalmente questo commercio, oltre al turista che di per sé fa un danno limitato, seppure incidente, ha un canale più ampio che è quello della Cina, paese che sfrutta l’esportazione illegale di avorio già da tempo.

Ed è notizia recente, proprio di qualche giorno fa, che la Cina ha chiesto ufficialmente di poter importare legalmente avorio africano, offrendo una cifra da capogiro. Per la precisione una partita di oltre 100 tonnellate sulle quali Pechino vorrebbe mettere le mani. L’inghilterra è disposta ad appoggiare la richiesta della Cina a patto che l’Africa possa impiegare parte della cifra acquisita in progetti per la tutela dell’elefante. Malauguratamente e vergognosamente il CITES ha approvato la richiesta della Cina: Vergogna! Ci chiediamo a questo punto cosa succederà quando le scorte dei magazzini saranno finite e la richiesta di mercato continuerà a salire, perché questa è la legge del mercato? Purtroppo il rischio è che si torni al triste periodo dagli anni ’80 in giù, l’eccidio che portò alla decisione da parte del Cites di vietare il commercio delle zanne d’elefante. Nel 1979 infatti sul territorio africano erano stati censiti 1.300.000 esemplari di elefanti, dieci anni dopo erano a quota 600.000. (fonte: inter-press Service). Già adesso con tale divieto in vigore gli esemplari uccisi ogni anno dal commercio illegale sono circa 23.000. Cosa succederà ora che la Cina è stata autorizzata a gestire l’avorio in giacenza? Basterà a soddisfare la già alta richiesta di tutti i paesi che si servono delle partite illegali, spesso transitanti dalla fetta asiatica che fagocita non solo questo mercato ma anche quello delle pellicce, e sul quale abbiamo letto e soprattutto visto raccapriccianti immagini? Secondo il CITES la Cina oggi possiede gli standards per acquisire l’avorio immagazzinato, ma di quale standars parliamo? Quando la stessa Cina ha dichiarato lo smarrimento di 121 tonnellate di avorio in 12 anni. Non c’è nessuna azione da parte della Cina che abbia dimostrato la loro coscienza nell’ostacolare il mercato illegale. Ciò su cui ci dobbiamo interrogare è: possiamo fermare l’avanzare di una cultura della violenza e del degrado etico? Sì, certo, boicottando un sistema che non accettiamo, un sistema che consideriamo immorale e crudele. E non solo verso gli animali, ma verso le culture che dissidenti invadono di meravigliosi principi di pace tutto il mondo, come queela dei buddisti Tibetani. Non dimentichiamo le immagini recenti dei monaci Birmani inginocchiati davanti la loro ciotola di legno girata, come a simboleggiare uno stupa buddista, in attesa di essere colpiti o addirittura giustiziati dalla milizia cinese. In previsione di una olimpiade senza bandiere, senza grida di acclamazione, senza striscioni di incitamento, io giro la mia ciotola e mi rifiuto di aderire a questa pagliacciata mediatica, non posso dimenticare i miei ideali di pace e rispetto per tutte le forme di vita, e sottolineo tutte, perché se adesso difendiamo l’onore di una razza che scompare, domani potremo difendere il mondo che, come qualcuno di molto saggio ha detto, non lasciamo ai nostri figli, bensì ci è stato dato in prestito da loro, e sul quale non abbiamo diritti ma doveri. Il principio secondo cui l’avorio dovrebbe essere vietato, al di là, della sua provenienza, è ciò che rappresenta; io che sono vegetariana se ho un animale e questo animale muore di morte naturale non lo mangio, lo sotterro, e accompagno la sua morte col bellissimo ricordo della sua esistenza. L’avorio rappresenta morte, illegalità, bracconaggio e violenza, e questi non sono ideali da divulgare. Come sempre il mercato del lusso fa strage e io per principio combatto tutto ciò che rappresenta uno squilibrio e una prevaricazione. E visto che io posso ancora gridare, grido Vergogna! Al CITES che con questa assurda decisione ha dato l’aperitivo ad uno Status famelico, e quell’aperitivo non farà altro che accrescere la sua fame.

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