comunicazione

La maieutica della parola

Il 25 marzo 1970 è una data che ha segnato un punto di non ritorno nella storia della comunicazione italiana: in quel giorno, per la prima volta, il segnale radiofonico di "Radio Sicilia Libera" rompe il monopolio di stato sulle trasmissioni via etere con un forte messaggio di denuncia del potere mafioso e clientelare che aveva attinto a piene mani dai soldi destinati alla ricostruzione della valle del Belice dopo il terremoto del 1968.
30 marzo 2010 - Carlo Gubitosa

Danilo Dolci Il segnale radiofonico di "Radio Sicilia Libera" ha aperto le porte a una nuova stagione dei media, fiorita nell'arco degli anni '70 con decine di radio e televisioni "libere", nate in una zona grigia del diritto e successivamente riconosciute anche dalla Corte Costituzionale come una legittima declinazione di quel diritto all'espressione "con ogni mezzo di diffusione" sancito dall'articolo 21 della nostra Costituzione.
A realizzare questo primo esperimento è Danilo Dolci, uno dei padri fondatori della cultura nonviolenta italiana, che progetta "Radio Sicilia Libera" come uno strumento di lotta ai poteri mafiosi e criminali che inquinavano i piccoli centri della Sicilia occidentale.
La vita di questa emittente antimafia è breve ma intensa: a 27 ore dall'inizio delle trasmissioni, le forze dell'ordine fanno irruzione nei locali che ospitavano la radio, sequestrando le apparecchiature e avviando un'azione penale a carico dei promotori dell'iniziativa.
Ciò nonostante gli effetti di questo primo esperimento di comunicazione sociale nato attorno a una radio saranno duraturi e sensibili. L'azione di rottura di Danilo Dolci alimenta la cultura dei media e le tendenze sociali che negli anni successivi trasformano la radio in uno strumento di partecipazione diretta, in un canale di aggregazione, in un luogo semantico nel quale si identificano persone accomunate dagli stessi valori e da un medesimo sentire comune, in uno spazio di comunicazione che riesce a coagulare e amplificare le energie giovanili, le rivendicazioni dei movimenti sociali, l'azione diretta sul territorio.
Nell'immaginario collettivo la nascita delle radio libere è associata alla contestazione studentesca del 1977, alle attività dei gruppi della sinistra extraparlamentare o all'emergere delle nuove tendenze musicali di quegli anni, e sono in pochi a ricordare quel sasso lanciato nello stagno dei media da Danilo Dolci nel 1970, che ha provocato la successiva ondata di radio libere nel 1977.

Radio Sicilia Libera nasce come strumento "politico" nel senso più ampio e nobile del termine, come spazio di comunicazione sociale nel quale un territorio segnato dalla violenza mafiosa, dal malgoverno e dalla distruzione del terremoto viene rivitalizzato coniugando l'utilizzo delle tecnologie alla tradizione della nonviolenza attiva, basata su quel "satyagraha" gandhiano, che nella nostra lingua può essere tradotto come "forza della verità" o "adesione al vero".
Dolci descrive la comunicazione come un "reciproco adattamento", e in questa definizione è racchiusa l'essenza dello spirito che ha portato alla nascita di Radio Sicilia Libera.
La comunicazione è reciproca, non avviene a senso unico, ma è una relazione di scambio, e Dolci ha provato a portare nella sua Radio la voce di chi finora non aveva mai avuto diritto di parola, relegato a soggetto passivo di un flusso di trasmissioni unidirezionale proveniente dall'informazione ufficiale.
La comunicazione è adattativa, è un processo di coinvolgimento che non lascia immutati i soggetti che vi partecipano, ma li trasforma rendendo ognuno degli interlocutori capace di adattarsi alla diversità dell'altro e alla complessità dei problemi. Per questo motivo Dolci, nel dare il via a Radio Sicilia Libera, ha sempre mantenuto aperto un canale di dialogo con le autorità, rifiutando la cultura del nemico e cercando un coinvolgimento adattativo delle massime autorità dello stato e delle forze dell'ordine, invitate con un appello pubblico ad agire secondo un "vero senso del dovere" capace di superare i limiti della rigidità normativa e burocratica in nome di un interesse più alto che riguardava le popolazioni di quel territorio.

La comunicazione è creativa, non è finalizzata al semplice scambio di notizie, e non può limitarsi neppure alla semplice denuncia dei problemi, ma deve innescare processi di cambiamento, creazione di alternative, apertura di nuovi percorsi per l'uomo e per la storia. Nel suo percorso di poeta, saggista, letterato, uomo di cultura e cittadino impegnato nel proprio territorio, Danilo Dolci ha costantemente invocato il "potere maieutico" della parola come strumento nonviolento di cambiamento. Associando a questo termine il suo più stretto significato etimologico: la parola è una "levatrice" capace di dare vita a quello che prima non c'era ancora.
Radio Sicilia Libera non è stata un astratto e generico progetto di "controinformazione", ma un tentativo concreto di dare vita a un nuovo modello di sviluppo per i territori colpiti dal terremoto, cercando una possibilità di realizzazione concreta per il "Piano di sviluppo democratico delle Valli Belice, Carboi e Jato", presentato pubblicamente nel settembre del 1968 dal "Centro Studi e iniziative" promosso dallo stesso Dolci.
Le iniziative di comunicazione sociale, anche se realizzate da un gruppo molto piccolo di cittadini, possono rivelarsi uno strumento di lotta alla mafia più efficace dell'intero apparato statale di repressione della criminalità: è questo il messaggio che ci lascia in eredità l'esperienza pionieristica di "Radio Sicilia Libera", che ha avuto un seguito ideale con la "Radio Aut" di Peppino Impastato, nata nel 1977 dopo il riconoscimento delle radio libere da parte della Corte Costituzionale.
A trentacinque anni di distanza dalla nascita di "Radio Sicilia Libera", questa esperienza continua a interrogarci sollevando problemi attualissimi, che riguardano il rapporto tra l'informazione e il potere, che in terra di Sicilia aggiunge elementi locali di complessità alla già intricata situazione nazionale. Questi problemi riguardano anche il rapporto tra i cittadini e il territorio, che vede nell'esercizio attivo della comunicazione sociale un ambito concreto per realizzare quella "democrazia partecipativa" che altrimenti rischierebbe di rimanere solamente un principio astratto o uno slogan di demagogia politica. La testimonianza di Dolci, infine, ci chiama a riflettere sulle grandi potenzialità culturali e comunicative, purtroppo inespresse, di quel 10 per cento di Italiani che secondo i dati Istat vivono al di sotto della soglia di povertà, un vero e proprio paese nel paese che fatica ogni giorno di più a trovare spazi di espressione nei mezzi di informazione, perfino nei più "alternativi".

È questa l'Italia a cui Danilo Dolci ha cercato di restituire voce e dignità, attraverso quella che lui stesso ha definito "la radio dei poveri cristi": un'esperienza breve e intensissima di partecipazione sociale e di lotta alla mafia che oggi ha ancora tante cose da raccontarci.

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