Meglio vegetariani!

Se state cercando un motivo per diventare vegetariani, “Fast Food Nation” è il film che fa per voi. Dall’omonimo libro-inchiesta di Eric Schlosser (edizioni Net), fazioso ma non disonesto, il regista Richard Linklater ha ricavato un’opera di finzione che però ne conserva la sostanza, riassumibile nell’invito a guardarsi bene dalla carne degli hamburger, che potrebbe riservare brutte sorprese.
Filippo Zavatti
Fonte: avanti.it - 25 luglio 2007

Si parte dal viaggio di un manager (Greg Kinnear) dell’immaginaria catena Mickey’s, che dalla California arriva in una cittadina del Colorado (Cody) per indagare sulle tracce di escrementi rinvenute nella carne della nuova specialità, il “Big One”. locandina del film Fast Food Nation Verrà a contatto con i nodi di un processo produttivo che va dai proprietari di ranch fornitori di bovini al sottobosco dell’industria della macellazione, popolata in gran parte da immigrati clandestini che lavorano sottopagati e in condizioni antigieniche e rischiose. L’affresco del Grande Paese attraverso la sua dieta prosegue poi alla Altman intrecciando le storie di vari personaggi, tra cui una ragazza madre piuttosto inquieta (Patricia Arquette), la figlia cameriera (Ashey Johnson) che, stimolata dallo zio ex-sessantottino (Ethan Hawke), tenta invano di liberare migliaia di vacche dal recinto, un vecchio cow boy (Kris Kristofferson) nostalgico dell’antica America rurale e una coppia di sposi (Catalina Sandino Moreno e Wilmer Valderrama) arrivati clandestini dal Messico in cerca di lavoro. Dopo le peregrinazioni sentimentali e logorroiche di “Prima dell’alba” e “Prima del tramonto”, Linklater si misura con l’opera a tesi senza però rinunciare ai suoi personaggi loquaci, affidati questa volta ad attori che, complice la spontaneità del film dossier, appaiono i testimonial di una campagna contro alcuni metodi aziendali capace di dividere la platea tra apocalittici e integrati. Per fortuna c’è il giusto tocco di humour a stemperare lo spirito di denuncia, evidente nel godibile cammeo di Bruce Willis che invita cinicamente a prendere la realtà così com’è. Ma sebbene arricchita da una certa dialettica, la sceneggiatura del regista e di Schlossser alla lunga risulta didattica e non ci risparmia neppure la lezioncina moraleggiante su “cosa è meglio per noi” dal punto di vista alimentare. Inoltre, pur avendo una sua forza e inanellando temi importanti, dalla contaminazione dei cibi all’immigrazione clandestina, dallo sfruttamento schiavistico della manovalanza al rischio di gravi incidenti sul lavoro, dalle condizioni igieniche delle fabbriche agli abusi sessuali sulle donne operaie, il film finisce per ingigantire ciò che in fondo già tutti conosciamo - quelle conseguenze inattese che caratterizzano ogni strategia produttiva - e che da consumatori, al momento del consumo, facciamo di tutto per ignorare. Sorti come funghi a partire dagli anni Cinquanta, in un’epoca di glorificazione tecnologica e slogan ottimistici quali “la vita migliora grazie alla chimica”, i fast-food sono diventati oggi il pane quotidiano per milioni di persone nel mondo occidentale (e non solo), che ai due archetti dorati di McDonald’s associano subito un luogo rassicurante in cui poter consumare un pasto velocemente e a prezzi contenuti. Certo il macinato di manzo alla base degli hamburger non viene lavorato sempre in condizioni ideali e il sapore delle patatine fritte si deve in gran parte agli aromi prodotti in raffinerie e stabilimenti chimici. Ma vuoi per la fretta, vuoi per la noncuranza, di fronte a un Big Mac saranno sempre in pochi a riflettere su sentenze da fisiologia del gusto come “tu sei ciò che mangi”, anche dopo i memorandum del film di Linklater o di “Super Size Me” di Morgan Spurlock. E forse non è neppure un male che sia così.

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