La bistecca amara del portiere

In Spagna il numero uno del Murcia, Xavier Valero, è stato costretto dall'allenatore a rinunciare alle proprie abitudini vegetariane. Perché senza carne si va solo in panchina
Andrea De Benedetti
Fonte: http://www.ilmanifesto.it/ - 24 ottobre 2002

O mangi la minestra o salti dalla finestra. Cavallo di battaglia per generazioni di madri accettato con renitenza da figli comprensibilmente schizzinosi, questo ultimatum costituisce il principale fondamento di una pedagogia alimentare che da sempre ha privilegiato la regola (si mangia quel che c'è) rispetto ai contenuti (in genere, dado a base di glutammato monosodico).

L'idea, sanamente reazionaria, è che l'emancipazione giovanile va fermata prima di tutto a tavola, dove la ribellione contro l'autorità familiare tende a manifestarsi per la prima volta in maniera violenta e dove i genitori cominciano a perdere le prime battaglie di una guerra la cui resa definitiva si firma normalmente davanti ad un Big Mac. In seguito, la libertà di cibo diventa una specie di diritto universale come (dovrebbe essere) quella di culto, fatte salve le convenzioni sociali che talvolta ci impongono di non rifiutare il flan di cardi e rafano che ci ha preparato la nostra vicina di casa. In un simile contesto di civiltà diffusa, i vegetariani - gente mite e inoffensiva - costituiscono una categoria ormai integrata, quantunque guardata con un po' di sospetto da coloro che hanno a cuore prosciutti e brasato non meno che la propria immagine di persone sensibili e politicamente corrette.

Tuttora legato a un sistema di valori piuttosto primitivo e a un immaginario collettivo in cui trova spazio persino l'elogio del cannibalismo (basta pensare all'ottima considerazione di cui godono i difensori che «azzannano le caviglie»), perfino il mondo del calcio sembrava aver accettato il vegetarismo, malgrado la vulgata di una medicina sportiva che considera insostituibili le proteine animali (dev'essere per questo che qualcuno le prende anche sotto forma di pasticca). Esempi, anche illustri, ce n'erano già: Paco Llorente, funambolica ala destra nel Real Madrid di Butragueño, Sánchez e Valdano, non mangiava carne, e per lui, in ritiro, era sempre pronto un bel piatto di minestra (lui sì che non protestava mai). In tempi più recenti c'è stato poi il caso di Carlos Roa, portiere della
selezione argentina soprannominato dai suoi compagni «El lechuga» (Il Lattuga) per le sue abitudini da erbivoro: Luis Aragonés ed Héctor Cúper - suoi allenatori ai tempi del Mallorca - non si sognavano neppure di dissuaderlo dalle sue convinzioni e - grazie al cielo - non lo fecero neppure quando, oltre alle pregiudiziali gastronomiche, ne mise anche di tipo religioso (è metodista), rifiutandosi di giocare o viaggiare di sabato, come il leggendario Gene Wilder in Scusi, dov'è il west.

Una semplice questione di tolleranza, insomma, che però non dev'essere merce così diffusa nel pianeta pallone, se sono vere (e lo sono) le storie di discriminazioni subite per le tendenze sessuali, per le idee politiche o, addirittura, per il taglio di capelli (fondamentali, dal punto di vista del progresso storico, gli ammutinamenti di Breitner, Platini e Batistuta che si ribellarono a presidenti e allenatori «tricofobi» come Santiago Bernabeu, Boniperti e Passarella e non si fecero accorciare le proprie zazzere orgogliosamente fluttuanti).
L'ultima, di queste storie, riguarda appunto un vegetariano. Si chiama Xavier Valero, fa il portiere nel Murcia (seconda divisione spagnola), coltiva ortaggi in una specie di comune agricola, e a tempo perso fa anche il militante in movimenti pacifisti (è stato condannato per renitenza alla leva, ma è riuscito a evitare il carcere perché il reato è stato depenalizzato) nonché nelle file dei Verdi della sua città, che è Castellón de la Plana. Un tipo bizzarro, insomma, almeno per i canoni che vigono nel mondo che frequenta.

Dev'essere stato proprio per la sua stravaganza che l'allenatore della sua squadra, Joaquín Vidal - baffi alla Ion Tiriac, carattere alla Ceaucescu - gli ha imposto, durante i ritiri con la squadra, di rinunciare alle proprie abitudini e di mangiare carne, come tutti i compagni di squadra. Oltretutto non è la prima volta che gli capita: sei anni fa, quando militava nel Logroñés, un altro allenatore - Marco Antonio Boronat - aveva censurato i suoi costumi alimentari imponendogli carne a pranzo e cena durante tutti i ritiri. Questione di «intensità», come la chiamerebbe Sacchi, o di huevos, come chiamano qui in Spagna la sede deputata a produrre forza e coraggio: doti entrambe - l'intensità e gli huevos - che pare facciano difetto a chi mangia solo soia e piselli. Lui, però, dice di essere sempre stato benissimo, e che il suo vegetarismo gli ha permesso, tra le altre cose, di non subire mai un infortunio grave.

Mangiare lo spezzatino e la bistecca, insomma, non lo rende più robusto, ma forse è utile per mantenere la disciplina nel famoso spogliatoio. Dove le regole sono uguali per tutti. E se non mangi carne bovina finisci dritto dritto in panchina.

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