nonviolenza

L’ambigua fascinazione delle armi

I recenti fatti legislativi e di cronaca hanno riportato d’attualità il tema delle armi e i limiti del loro possesso, rinforzando il dissenso tra i sostenitori di opposte convinzioni: da una parte la necessità dell’autodifesa dei buoni contro i cattivi, dall’altra il richiamo alle esperienze internazionali, testimonianti in modo univoco che la detenzione di armi da parte dei privati cittadini, lungi dal difenderli, è causa di un’escalation di violenza, che ritorna a colpire come un boomerang.
10 febbraio 2006 - Annamaria Manzoni (psicologa, psicoterapeuta)

la foto è tratta dal sito http://www.ildue.it

Il vivace dibattito in corso, se si riferisce a considerazioni politiche, sociali, economiche, sembra ignorare però la prospettiva psicologica, negando attenzione alle disposizioni e reazioni personali, che dovrebbero essere invece il punto di partenza delle altre analisi.
La imprescindibile osservazione di base è addirittura banale nella sua essenzialità: chi detiene un’arma, essendo essa strumento progettato per procurare la morte, è disposto ad uccidere, e solo casuale sarà che non gli capiti di farlo. Questa evidenza viene di norma sottaciuta e inglobata nel concetto di diritto alla difesa, concetto tutt’altro che equivalente, sia perché tale diritto è riferito al movente causale, non alla modalità di rispondervi, sia perché esso potrebbe essere affermato con mezzi del tutto differenti.
Viene di fatto marcatamente rimossa una realtà, appunto la disponibilità ad uccidere, che è scomodo ammettere nella misura in cui va a toccare predisposizioni, frutto della complessa interazione tra componenti innate e ambientali, che sono lontanissime dall’essere politicamente corrette.
Proprio qui, nello spazio che divide la cultura della violenza e dell’aggressività dalla cultura del diritto e del rispetto, prende ad allargarsi la forbice che separa chi sostiene la liceità del possesso di armi da chi la nega.
La disposizione dell’uomo alla possibilità di uccidere, l’intrinseca inclinazione anche alla malvagità non hanno bisogno di argomentazioni dimostrative dal momento che è tutta la storia dell’umanità a parlarcene, con la sequela ininterrotta di guerre, antiche ma anche drammaticamente presenti, che implicitamente autorizzano e ipocritamente disconoscono lo smisurato campionario di ogni possibile crudeltà, violenza, sadismo. “Un terribile amore per la guerra” lo definisce James Hillman nel titolo illuminante di un suo recente saggio, che individua nello “stato marziale dell’anima”, nella “follia del suo amore” la ragione ultima delle guerre e, parallelamente, di ogni atto violento.
Se è innegabile che istanze violente e aggressive compongono la natura umana, quello che ha avuto luogo in occidente, entro i confini del nostro paese, nel corso degli ultimi secoli, è stato un percorso che, in direzione dello stato di diritto, ha regolamentato i comportamenti stabilendo limiti sempre più stretti all’espressione della violenza, sia pubblica che privata: ha messo al bando, con la pena di morte, la possibilità delle istituzioni di togliere la vita in risposta a qualsivoglia crimine; ha tolto diritto di cittadinanza alle attenuanti per il delitto d’onore perché nessuna passione può giustificare l’omicidio; ha posto barriere severe all’estensione del concetto di legittima difesa per evitarne ogni abuso.
Nel costante processo di reciproco rimodellamento e influenzamento, leggi ed opinione pubblica sono andate costruendo, in una dinamica dialettica e inevitabilmente non lineare, una nuova etica: le norme giuridiche, introiettate, sono divenute norme personali di comportamento: ed oggi gli omicidi sono un fenomeno quantitativamente ridotto, ingigantiti se mai dall’esposizione mediatica a cui sono soggetti, proprio in virtù della loro rarità. Siamo tutti figli della cultura in cui viviamo, oltre ad essere gli agenti che la forgiano: a mano a mano che la vita umana è andata assumendo un valore sempre maggiore, le armi sono divenute oggetti strani ed estranei, che molti di noi non hanno mai visto, se non al cinema, tanto che l’intravedere il rigonfiamento di una pistola sotto una giacca diventa facilmente fonte di inquietudine.
Il porto d’armi per legittima difesa in Italia è rilasciato per legge a chi detiene o trasporta valori e a chi è esposto a rischi di sequestro, di aggressione, di vendetta. Le categorie coinvolte sono quindi molto ampie: tutti i giudici per esempio corrono pericoli, così come i periti che lavorano per loro, nonché medici, psicologi, assistenti sociali, insegnanti a contatto con detenuti.
Ma, tra tutti costoro, solo una ridotta percentuale decide di richiederlo: il chè è sufficiente a dimostrare che non è una oggettiva situazione, ma una soggettiva convinzione a indurre le persone ad armarsi.
Se si escludono i malavitosi di ogni tacca e gli appartenenti alle forze dell’ordine, nonché parte di chi detiene nel proprio negozio importanti valori, chi sono le persone “normali” che girano con la pistola? La tipologia è prima di tutto al maschile; la condizione economica è elevata; l’atteggiamento di chi pubblicamente la esibisce o comunque distrattamente la lascia intravedere è di provocatoria sicurezza, di sfida. La pistola appare una sorta di appendice fallica ad un machismo in cerca di conferme, rinforzato dalla reazione di intimidito stupore che induce negli altri. Imparzialità impone di rilevare che l’universo femminile, non coinvolto in un ruolo attivo, ospita elementi che impersonano una sorta di archetipo di “donna del boss”, che rinforzano con la loro sensuale ammirazione, le imprese virili: valga per tutti l’esempio delle lettere d’amore solleticate dai vari Vallanzasca di turno.
Possedere un’arma significa conoscerla e maneggiarla per rendersela familiare; significa conoscerne segreti e potenzialità; comporta il prendersene cura, lucidarla; soprattutto significa imparare ad usarla il meglio possibile. Progressivamente essa si va trasformando in una sorta di feticcio, di idolo, di oggetto d’amore, importante tanto da modificare la stessa identità di chi la possiede, in quanto diviene elemento capace di influire sul comportamento, mezzo per distinguersi dagli altri, fonte di virile autocompiacimento e di orgoglio.
Quante volte la cronaca ci parla di persone che, con “un’arma regolarmente denunciata” hanno un giorno ammazzato un vicino, un amico, molto più spesso un familiare? Ogni caso è diverso dall’altro e ogni caso, in assenza di quell’arma si sarebbe concluso in un modo che non è possibile ipotizzare : ma certo la familiarità con tale “attrezzo” ha indirizzato la reazione, perché la violenza è anche funzione degli strumenti a disposizione. Inoltre ripetere un gesto abituale è facile e può diventare istintivo: se le circostanze, la rabbia, le passioni obnubilano una mente prima lucida e prevedibile nel suo funzionamento, diviene una possibilità tutt’altro che remota mettere in atto un automatismo, che, per sua natura, offre un canale di scarico adeguato, in quanto diretto e immediato, ad una aggressività in cerca di espressione.
Un recente episodio è davvero illuminante al proposito: una guardia giurata ha sparato e ucciso con la sua arma “regolarmente denunciata” un pitt bull che si stava azzannando con il suo: legittima difesa traslata sul proprio amico a quattro zampe, indotta dalla pistola a portata di mano, che lo ha spinto ad usarla bypassando la logica di altri meno cruenti interventi.
Questa privata “corsa agli armamenti” che è il porto d’armi è supportata dalla convinzione di dover tenere a bada il male, che è percepito fuori di sé, in un ipotetico nemico; ma questo nemico non raramente è invece interno a sé, è angoscia paranoide, sospettosità, diffidenza pervasiva e non riconosciuta, che cerca di oggettivarsi in qualcosa di esterno, più facilmente osteggiabile. Se il nemico non c’è, lo si inventa: e allora la rappresentazione del proprio mondo privato va popolandosi di immigrati clandestini minacciosi, di rapinatori privi di scrupoli, di sinistri individui pronti ad irrompere nella propria casa e nella propria vita. In questo panorama il senso stesso di legittima difesa non può avere confini reali: perché se l’altro è proiezione di un universo persecutorio non sarà sufficiente difendersene, ma bisognerà inseguirlo, distruggerlo, annientarlo magari a scariche di pallettoni.
Che in tutto ciò giochino un ruolo esaltazione ed eccitazione è ben più di un’ipotesi: la trasformazione di sé stessi nel ruolo del giustiziere mobilita la stessa ambigua fascinazione del male su cui si basa il successo mediatico delle imprese di personaggi alla Charles Bronson o alla Shwartzeneger, che celebrano non il senso di giustizia, ma l’apoteosi della violenza.
Quanto alla localizzazione del male, quando non rappresenta la proiezione delle proprie angosce, spesso non è nemmeno da ricercare tanto lontano, alla distanza di ladri e assassini sconosciuti: la maggior parte degli omicidi e delle violenze, è risaputo, hanno luogo dentro le mura domestiche, nella famiglia, tra persone strette da legami profondi. Questo è tema che merita approfondite riflessioni: in questa sede è solo funzionale a ricordare quanto il desiderio di armarsi per legittima difesa si appelli all’esistenza di un nemico ipotetico, che spesso offusca la reale difficoltà di relazioni; tale possesso poi finisce per rendere molto più facile la violenza estrema contro chi, familiare o amico, come nemico non è affatto riconosciuto.
“Che illusi, se crediamo di poter applicare restrizioni sul porto d’armi!” afferma ancora Hillman, dalla sua ottica sì esistenziale, ma intrisa della cultura americana dove “Uzi e Colt, Luger e Beretta sono gli idoli di oggi”, dove la carabina è divenuta amico, compagno, fratello: “altro che orsacchiotto!”. Noi alla carabina non siamo arrivati e siamo ancora in tempo per decidere se quello che vogliamo è davvero “portarci la morte nella borsa” insieme alla pistola.
Per concludere vale la pena ricordare che il referendum svoltosi in Italia nel 1981 contro la liceità del porto d’armi prevedeva, in caso di vittoria, anche l’abolizione della caccia, in quanto non venivano fatte distinzioni tra armi da difesa e armi da caccia, nella convinzione che la familiarità con strumenti atti a ferire e uccidere, non importa se esseri umani o animali, si colloca in un unico terreno, che è la cultura della violenza.
Se tale cultura è unita con un inestricabile intreccio a tutta la storia dell’umanità, dobbiamo essere consapevoli che ad essa, e non ad altro, si rende omaggio con la corsa alle armi che quindi la legittimano distraendo dalla possibilità di incanalare le pulsioni aggressive in più auspicabili percorsi.

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